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martedì 11 maggio 2010

Feltrinelli, una storia contro.

Si può scegliere di morire in tanti modi, possiamo però, per fortuna, anche scegliere di vivere in tanti modi.
Questa è la storia di un uomo morto su un traliccio dell’Enel in una brutta serata di un Marzo piovoso: per la precisione, il 14 marzo 1972.
Quell’uomo era un miliardario molto famoso.
Quell’uomo si chiamava Giangiacomo Feltrinelli.

Sipario aperto. Poche luci. In un angolo, Francesco Renzoni che suona la tastiera. In mezzo al palco, Mauro Monni vestito di nero. Una conversazione che finisce con un’esplosione … Così inizia “Feltrinelli – una storia contro” che ricostruisce la storia di Italia dei primi anni ‘70 attraverso la vita e l’impegno politico di Giangiacomo Feltrinelli, il fondatore della famosissima casa editrice. L’assenza di scenografia è ciò che ci porta a osservare maggiormente l’attore, ad assaporare ogni singolo movimento, a perdersi nel racconto di come è nato un capolavoro come “Il Dottor Zivago” o di come Feltrinelli si sia avvicinato a Cuba e alla sua rivoluzione. La voce di Mauro Monni spinge il pubblico a non staccare mai gli occhi da lui, quella scura figura che cammina perdendosi negli anni di piombo, nei nomi dei morti delle stragi come Piazza Fontana e che sente il dolore di un Feltrinelli costretto alla clandestinità perché accusato di tale strage. E sempre la sua voce, ci fa dubitare che Feltrinelli sia morto proprio così come ce l’hanno sempre raccontata ...


Per saperne di più:
http://www.feltrinelliunastoriacontro.it
(Questo spettacolo è in scena dal 2006, ma continua a essere replicato. Il prossimo tour sarà il 20, 21, 22 maggio 2010, alle ore 21.15 a Borgo San Giacomo, Brescia).

Mauro Monni vive e lavora a Firenze. Figura eclettica, da oltre dieci anni collabora con alcune riviste culturali e ha pubblicato diversi romanzi di narrativa: "Se ricominciare è una questione di scelte"; "Visto da qua (il cielo è ancora più blu)". Attore e regista di teatro: "FELTRINELLI una storia contro, vita"; "L'isola delle rose". Da diversi anni lavora nei Match di Improvvisazione Teatrale, diventandone nel 2002 attore ed arbitro professionista.

venerdì 30 aprile 2010

Un’ora in un mondo da sogno ...


Il 25 aprile io e altri due autori di questo blog, abbiamo avuto la fortuna di poter entrare nella villa-castello di Sammezzano. La fortuna, però, ce l’hanno avuta anche altre 60 persone che per far foto decenti, non sono il massimo della comodità!
Questo comunque non toglie la magia che avvolge il castello …


Sammezzano è in provincia di Reggello (Fi). Normalmente non è visitabile: è in stato di abbandono da dopo che la compagnia inglese che l’aveva acquistato per riaprirlo come albergo di lusso (nel dopoguerra lo era già stato) è fallita lasciando la costruzione li da sola in mezzo al suo splendido parco.


La villa ha la sua età: l’edificio principale è stato costruito nel 1605 da Ximes D’Aragona, ma solo tra il 1853 e il 1889 è stato riprogettato da Ferdinando Panciatichi Ximenes ed è divenuto quello che è oggi. Ogni stanza ha un nome e un tema diverso: la Sala Bianca (la prima a essere stata costruita), quella degli Amanti, delle Stalattiti, dei Gigli, delle Farfalle, la Sala dei Pavoni, ecc. . Tutte sono finemente rifinite tra stucchi, vetro e legno. I giochi di luce e passaggi nascosti non si contano: nicchie e finte porte popolano ogni angolo della villa e non si fa in tempo a posare gli occhi su uno specchio, che si viene rapiti dal soffitto o dai minuscoli disegni dei pomelli delle porte.


È strana la sensazione che si prova. Sembra che il tempo si sia fermato per questo posto: tutto è lì, intatto, ma vivo. Camminando, ci si aspetta che qualcuno si affacci a uno dei tanti balconi situati all’interno di ogni sala, che una porta nascosta da uno specchio si apra e qualcuno ci inviti a prendere un tè oppure di sentire la musica passare attraverso i muri mentre i giochi di luce delle finestre, avvolgo tutto quanto in un’atmosfera da favola …



venerdì 9 aprile 2010

di sola sabbia e vento

Spesso non ci rendiamo conto di quello che abbiamo, di quello che reputiamo indispensabile e che fino a qualche anno fa sarebbe rimasto nella nicchia del superfluo, consideriamo tutto come priorità senza comprendere cosa lo sia davvero.
Il mio viaggio oramai è iniziato da un paio di giorni, abbiamo oltrepassato il Cairo nella giornata di ieri, città viva e malata quanto poche al mondo, distesa di case e di corpi, piccoli frammenti della stessa povertà.
Povertà testimoniata da chilometri e chilometri di case ancora in costruzione, solcate unicamente da strade in cui l’asfalto è solo un vecchio ricordo – si costruisce fino a che ci sono soldi – mi dicono – quando i soldi sono finiti la casa rimane così, quando mio figlio si sposerà allora ci penseremo – e mentre sento queste parole la polvere e l'inquinamento mi chiudono il naso cancellando qualunque altra possibilità di odore.
Viaggiamo per ore, seguiamo la costa fino a El Alamain, solo pochi chilometri prima di scendere verso sud, nella depressione di Qattara, mille chilometri e un’intera giornata di viaggio per raggiungere Siwa, oasi sul confine libico, ultimo punto civilizzato alle porte del Sahara, ad un passo dalle vie dei nuovi schiavi e dei vecchi briganti, campo base per la missione scientifica che fotograferò.
Qui la Natura ce la mette tutta per non lasciarsi morire e così è per le piante come per gli uomini, sembra incredibile vedere, in questa vastità senza scopo, figure lontane che, lievi come anime perse, vagano verso l’unica grande strada che taglia questo deserto.
Sparsi qua e là resti dei vecchi e dei nuovi eserciti, qui il tempo non è altro che il susseguirsi dello stesso attimo e così ti capita di trovare perse nella polvere scatolette arrugginite insieme a qualche resto meccanico e bossoli di mortaio.
Povera gente che vive di latte e poco altro, in questo luogo il ricco è chi ha una capra, e il povero è colui che muore.
La sera è fredda come mai ci si aspetterebbe, ti ammanta in un istante facendoti sentire tutto il suo abbraccio; dopo aver cenato ci troviamo a sentire la gente che esce a bere il Chai ed i bambini che giocano insieme ai genitori con palloni talmente vecchi da far pensare alle ultime guerre.
Il pensiero che ci attraversa la mente arriva rapido fino alle labbra – ma in Italia si gioca ancora così? – gente due passi oltre la fame che vive senza la paura del domani, perché il domani non c’è, è solo illusione, non c’è pretesa di miglioramento nei loro sguardi – stasera abbiamo mangiato, cos’altro ci serve? – e così, in un luogo in cui vivi di sola sabbia e vento, se nasci fabbro vivrai da fabbro, se nasci mercante vivrai da mercante, ma sicuramente vedrai solo casa tua, non esiste ciò che non conosci e davanti a una pozza d’acqua avrai negli occhi il coraggio e la sicurezza di affermare – …questo è il paradiso… – .