Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post

mercoledì 24 ottobre 2012

Discorso sul metodo

Possiamo dubitare di tutto, ma, facendo ciò, una cosa resta indubitabile: il fatto di dubitare e, dunque, di pensare. Cogito, ergo sum. Penso, dunque sono. Ma se desumo il fatto di esistere dal pensiero, vorrà dire che esisto come "cosa pensante" (res cogitans).

Avevo notato da tempo, come ho già detto, che in fatto di costumi è necessario qualche volta seguire opinioni che si sanno assai incerte, proprio come se fossero indubitabili; ma dal momento che ora desideravo occuparmi soltanto della ricerca della verità, pensai che dovevo fare proprio il contrario e rigettare come assolutamente falso tutto ciò in cui potevo immaginare il minimo dubbio, e questo per vedere se non sarebbe rimasto, dopo, qualcosa tra le mie convinzioni che fosse interamente indubitabile.
Così, poiché i nostri sensi a volte ci ingannano, volli supporre che non ci fosse cosa quale essi ce la fanno immaginare.
E dal momento che ci sono uomini che sbagliano ragionando, anche quando considerano gli oggetti più semplici della geometria, e cadono in paralogismi, rifiutai come false, pensando di essere al pari di chiunque altro esposto all'errore, tutte le ragioni che un tempo avevo preso per dimostrazioni.
Infine, considerando che tutti gli stessi pensieri che abbiamo da svegli possono venirci anche quando dormiamo senza che ce ne sia uno solo, allora, che sia vero, presi la decisione di fingere che tutte le cose che da sempre si erano introdotte nel mio animo non fossero più vere delle illusioni dei miei sogni.
Ma subito dopo mi accorsi che mentre volevo pensare, così, che tutto è falso, bisognava necessariamente che io, che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando che questa verità: penso, dunque sono, era così ferma e sicura, che tutte le supposizioni più stravaganti degli scettici non avrebbero potuto smuoverla, giudicai che potevo accoglierla senza timore come il primo principio della filosofia che cercavo.
Poi, esaminando esattamente quel che ero, e vedendo che potevo fingere di non avere nessun corpo, e che non ci fosse mondo né luogo alcuno in cui mi trovassi, ma che non potevo fingere, perciò, di non esserci; e che al contrario, dal fatto stesso che pensavo di dubitare della verità delle altre cose, seguiva con assoluta evidenza e certezza che esistevo; mentre, appena avessi cessato di pensare, ancorché fosse stato vero tutto il resto di quel che avevo da sempre immaginato, non avrei avuto alcuna ragione di credere ch'io esistessi: da tutto ciò conobbi che ero una sostanza la cui essenza o natura sta solo nel pensare e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo né dipende da qualcosa di materiale.
Di modo che questo io, e cioè la mente per cui sono quel che sono, è interamente distinta dal corpo, del quale è anche più facile a conoscersi; e non cesserebbe di essere tutto quello che è anche se il corpo non esistesse.

Discorso sul metodo - IV - René Descartes

venerdì 9 settembre 2011

Theremin: ehi mamma, senza mani!

Questo è un articolo un po' differente da quanto scrivo di solito su queste pagine, di certo non parla nè di fotografia nè tantomeno di immagine ma davanti ad un invenzione del genere(ignoranza mia nell'averla scoperta solo ora) non potevo esimermi dallo scriverci sopra almeno qualche riga. Tutto è iniziato un paio di sere fa quando, a casa di amici, mi è stato mostrato un video che a primo avviso mi è sembrato a dir poco incredibile: il filmato mostrava uno strumento musicale(ovviamente di fabbricazione russa) decisamente affascinante e questa è la sua storia.

È il 1919, in Russia furoreggia la guerra civile ed i capi di stato di tutto il mondo cercano sempre più scienziati per armare le proprie truppe ed i propri servizi con armi “decisive”; gli studi condotti da Tesla sui campi elettromagnetici spingono sempre di più nazioni a prendere coscienza dell’esistenza di forze spesso confuse con il paranormale e su questo scenario, quella che di lì a tre anni sarebbe diventata l’Unione Sovietica, decide di fondare la Šaraška.
La Šaraška è un ufficio pubblico per la gestione di laboratori di ricerca segreti, qui scienziati di ogni tipologia vengono messi all’opera in discipline ad un passo dalla fantascienza, ed in uno di questi viene messo all’opera Lev Sergeevič Termen.

Il suo appoggio alla ricerca bellica si dimostrò fin da subito utile per non dire addirittura fondamentale, è grazie a lui che la Russia riuscì a tenere sotto scacco l'America per i decenni successivi e tutt’oggi sarebbe difficile immaginare un qualunque servizio segreto sprovvisto delle sue incredibili invenzioni in ambito di comunicazione. Nei soli primi tre anni di permanenza nei laboratori della Šaraška riuscì a concepire il sistema di captazione Buran, un microfono direzionale basato sui raggi infrarossi(peraltro utilizzato tutt’oggi per le intercettazioni ambientali) e capace di trasformare gli impercettibili movimenti dei vetri delle finestre in suono.

 

Sempre nello stesso periodo, rimanendo sulla scia della vibrazione ambientale, riuscì a progettare e costruire “la cosa”, una cimice passiva capace di alimentarsi dalle onde elettromagnetiche che riceveva. In particolare quest'ultima sua invenzione venne vista agli occhi del mondo quasi come magia, una piccola trasmittente che pur senza pile riusciva a funzionare, soltanto il controspionaggio britannico(dopo anni di studio e solo grazie a Peter Wright) riuscì a capire il metodo fisico con cui questa potesse trasmettere.

Lev però non era ingegnoso solo in ambito elettronico, fin da piccolo era stato considerato un violoncellista di tutto rispetto e forse fu proprio questo a fargli notare, durante alcuni studi su sistemi valvolari, che avvicinandosi ed allontanandosi da un antenna veniva prodotto un suono modulabile dal suo stesso movimento. In quello che molti considerarono un difetto di trasmissione da correggere quanto prima, lui vide il primo strumento musicale elettronico e così di lì a pochi mesi nacque l’Eterofono.
In pochi giorni si generò talmente tanto interesse intorno al nuovo strumento che la gente correva per accaparrarsi i posti in teatro, il vedere un musicista che suonava col semplice movimento delle mani generò un’aura di magia intorno al suo nome e di lì a poco vennero organizzati concerti in tutto il mondo.

Fu nel ’28 che dopo una riunione a New York con diversi magnati, tra cui Henry Ford, che prese il nome di Theremin(il nuovo cognome statunitense di Lev) e venne aperto alla grande distribuzione. Utilizzato tutt’oggi come generatore di suoni per effetti speciali(tra i tanti quelli di Star Trek) oltre che in ambito musicale(anche da parte del Baustelle) il Theremin è uno strumento tanto incredibile quanto complicato a causa della sua non linearità di scala, composto da due antenne, una orizzontale per il controllo dell’intensità ed una verticale che ne modifica la frequenza, è capace di passare da suoni di violino fino a frequenze simili alla voce umana.

Che dire di più...
...se ne trovate uno fatelo vostro!

venerdì 15 luglio 2011

I Cavalli volano?

È il 1872, fa un caldo torrido a Sacramento, sono notti in cui il prendere sonno è facile come sparare ad un girino da venti yarde e Leland Stanford, governatore della California, bussa ripetutamente ad una porta.
- Chi è? - si sente dire dal piano nobile, da quelle parti in realtà non si usa molto questo termine, ma le origini del padrone di casa non prevedono certo altri sinonimi - Sono Stanford, dite a Muybridge di scendere, ho bisogno di lui per un lavoro dei suoi, ci va della mia reputazione! -.
Davanti a lui un uomo sulla quarantina, alto e robusto, che lo invita ad entrare, Edward oramai abita in quel buco fiammeggiante da ben diciassette anni, arrivò nei nuovi stati come tutti, lasciando le fresche vie di Kingston in cerca di fortuna e di nuove occasioni.
Fu nel 55 che vide per la prima volta la signora che saluta dal porto i prossimi americani, in ogni caso c'è da dire che non gli era certo andata male, già a pochi anni di distanza dal suo arrivo alcuni suoi scatti dello Yosemite lo avevano reso famoso, oddio, in mezzo a quella gente se facevi il fotografo avevi solo due possibilità: diventavi un genio, ti sparavano per avergli rubato l'anima...
- Edward ho bisogno dei tuoi apparecchi, ho passato tutta la sera a fissare quel dannato quadro appeso all'ingresso ed ho bisogno di capire se davvero i cavalli sollevano tutte e quattro le zampe da terra durante la corsa - attimo di silenzio - come prego? -.

Per quanto la proposta di Stenton suonasse strana, Edward non batté ciglio anche perchè la questione, rianalizzandola in seconda battuta, poteva avere delle ripercussioni importanti, qui si stava a stabilire se la metà dei quadri della National Gallery fossero sbagliati, cioè, ci si sarebbe anche potuti giocare l'amor di patria su di uno scherzo del genere e messo di fronte a questo nuovo pensiero non ci pensò su due volte ed accetto.

Lavorò per mesi, rimuginò, ragionò e studiò profondamente la conformazione del cavallo, della macchina, della lastra, del cavalletto, andò alle corse, nelle stalle, nei maneggi, a caccia, al trotto ed al passo, finché, come sempre capita, venne colpito dall'illuminazione - Eureka! Flora! Flora! Ho trovato la soluzione! -.
La sua idea era semplice quanto geniale e l'aver perso giorni e giorni a cercare di accelerare il processo di scatto fotografico gli aveva finalmente reso la soluzione: era impossibile.
Sì, non sarebbe mai riuscito a produrre una macchina fotografica capace di scattare a raffica a quella velocità, nemmeno se si fosse messo lui a tirarne il nastro, la soluzione era solo una: usarne dodici appaiate!
Dodici macchine fotografiche collegate tra loro e con il cavallo da dei fili - ...così che quando il cavallo passa la foto scatta! Leland questa volta credo proprio di avercela fatta! -.
Il successo del suo lavoro fu internazionale, lo stesso Paul Valéry scrisse che "Le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo".

Tutto sembrava andare bene se non fosse stato per Flora, da quando si erano trasferiti nella baia di San Francisco era diventata sempre più interessata alla vita mondana e sempre meno a quella coniugale...
Non passò molto tempo da allora a quando Edward la scoprì a letto con il sindaco, l'idea di essere stato tradito, la sensazione di aver rivelato segreti, pensieri, regalato attimi, ad una persona così distante da lui, così diversa da come la credeva, una spia pensò, una spia sotto il suo tetto, non passò che un secondo da quell'attimo a quando aprì il fuoco, la polizia lo trovò piangente, lontano da quella stanza, dalla camera dove aveva chiuso la sua storia con Flora per sempre.

Venne arrestato ma i suoi tanti amici ed il comprovato tradimento riuscirono a farlo scagionare, omicidio d'onore dissero, lui però non riusciva più a vedere quei luoghi, restare lì era tortura lunga ventiquattr'ore e ripetuta tutti i giorni, non poteva più restare.
Fu allora che chiamò Leland, la loro lunga amicizia oramai era diventata come quella tra due fratelli, Leland lo raggiunse e lo aiutò a trasferirsi in Sudamerica, aveva degli affari in ballo con la ferrovia, ne era diventato da poco il comproprietario e non fu certo difficile far assumere Edward agli uffici.
Il suo lavoro era ora tranquillo, quasi monotono, l’unica cosa che gli permetteva di rimanere lucido era la fotografia, per questo girava sempre con appresso tutta l’attrezzatura, in zone del genere non potevi mai sapere quando sarebbe capitato uno scatto memorabile.

È la primavera del 77 quando Leland gli propone di tornare negli States - ...ora c'è la Stanford University, è tutto cambiato, se ti va posso far sì di finanziarti, credo che la tua idea degli scatti multipli potrebbe fruttare diversi soldi se la commercializzassimo, che dici, accetti? - negli anni successivi Edward, grazie ovviamente ai soldi di Leland, riuscì a migliorare il suo apparecchio implementandolo con altre 12 macchine, studiò animali, cavalli, atleti, uomini qualunque, aprendo la strada alla moderna biomeccanica ma soprattutto, per quanto ci riguarda, al cinema.

Edward decise di tornare nella sua cara Inghilterra nel '94, Kingston era sicuramente diversa ma non si può stare lontani per più di mezzo secolo dalla propria terra, od almeno non lui, aveva bisogno di tornarvi e lo fece e vi rimase, visse quegli anni in pace e tranquillità, insieme a sua cugina Catherine, miss. Katy, vide l'arrivo del '900 insieme a lei, con tutte le sue innovazioni tecnologiche ed i grandi fantasmi che si avvicinavano all'orizzonte e lì, nella primavera 1904 durante un tiepido pomeriggio, morì.

mercoledì 25 maggio 2011

Esposimetro ed Estinzione


Come abbiamo accennato nell'articolo precedente, il fotografo, anche molto prima delle celle al selenio, ha sempre cercato di rendersi la vita più facile e sprecare meno pellicola possibile, oltre alla Sunny 16 però vennero inventati molti altri metodi, volendo anche più precisi, per calcolare la giusta quantità di luce da far ingoiare alla macchina per avere delle belle foto, tra questi c'era l'esposimetro a estinzione di luce.

Gli esposimetri ad estinzione nacquero circa all'inizio del secolo scorso, prima di allora gli esposimetri commercializzati erano cari ma soprattutto one-shot, si basavano sull'uso di piccoli foglietti bagnati in liquido fotosensibile, con la seccatura(ed il costo) di dover cambiare foglietto ad ogni lettura. Il funzionamento di quelli ad estinzione invece era quanto di più semplice ed ingegnoso ci si potesse aspettare: non necessitavano di alcuna ricarica o pila(cosa che nel 1920 ne motivò un prezzo di vendita di 11 Dollari!), si basavano solo sulla tecnologia dell'occhio umano.

L'idea era che l'occhio fosse(come è del resto) una tra le migliori macchine esistenti per capacità di confronto e, di conseguenza, per capacità di misura: di pratica questo esposimetro non era altro che un piccolo cilindro sul cui fondo veniva applicata una lente gradualmente brunita con riportati dei tempi di esposizione, il fotografo od il cineasta non doveva fare altro che guardare al suo interno e leggere l'ultima cifra leggibile, presa questa bastava accoppiarla(come nel caso del Practos Adapto, di cui sono un felice possessore) con il numero ASA o DIN della pellicola e leggere sul dorso il numero di diaframma utile alla situazione.

Questi bellissimi oggetti spopolarono tra i professionisti dell'immagine ed in un lampo anche le major dell’epoca produssero dei veri e propri gioielli come lo stupendo ciondolo Diaphot prodotto dalla Zeiss Ikon tra il 1921 ed il 1934.

Purtroppo, per quanto belli, alla fine degli anni trenta l'avvento tecnologico delle prime celle al selenio e la naturale capacità dell'occhio umano di compensare(primo punto a sfavore di questi esposimetri), spinsero il mondo della fotografia ad abbandonare questi gioielli di misurazione per tecnologie dette maggiormente sicure.

Molti di questi esposimetri erano fatti di carta, o con vetri soffiati molto sottili, o con latte talmente leggere da piegarsi al guardarle... ...ad oggi per questi motivi sono abbastanza rari quindi, se ne trovate uno su di una bancarella ed avete idea che il venditore non sappia di cosa parla, prendetelo senza porvi domande!

Buona luce a tutti!

mercoledì 2 febbraio 2011

Sunny 16: esposizioni senza scottature

Sempre per rimanere a cavallo tra gli articoli storici ed i primi passi, oggi parliamo di esposizione!

Chi di voi, come me, ha avuto la brillante idea di innamorarsi delle vecchie fotocamere russe, sicuramente si sarà trovato di fronte al grande quesito, l’interrogativo massimo:

"Come evito di fottere un intero rullino non sapendo le giuste coppie d'esposizione?"

Che poi credo essere uno dei massimi dubbi insiti in ogni fotografo, anche Daguerre ci passò e proprio per questo nacquero gli esposimetri, quelli per estinzione di luce(tipo quello della vecchia Rolleyflex), quelli a cellula al selenio, quelli elettromeccanici e a seguire tutta la tecnologia che ci ha portato alle odierne digitali. Ho in mente, in futuro, di scrivere in merito alle diverse tipologie di esposimetri ma, prima di tutto, vorrei iniziare con il metodo Sunny 16.

Una volta ogni newbie sapeva cosa fosse il Sunny 16, te lo scrive la Kodak dentro ogni confezione(e pure a disegnini!), era riportato anche sui corpi delle vecchie Lubitel 166+ in ausilio dei principianti ancora poco esperti ed era difficile uscire da un negozio di fotografia senza avere un regolo di cartone per il suo calcolo rapido. Purtroppo oramai è cosa arcaica parlare di pellicole o di macchine senza esposimetro, proprio per questo, anche se molto utile, l'esistenza di questo metodo è sempre più cosa nota solo a pochi, in ogni caso se anche voi:
  • ancora non siete i felici possessori di un esposimetro da seicento euro;
  • state valutando il tasso di fregatura nelle parole del bottegaio che vi dice “è del ’46 ma va da Dio!”;
  • come me volete fare i fighi intestardendovi ad usare una macchina fotografica degli anni trenta;
il calcolo esposimetrico con il Sunny 16 è davvero una passeggiata ed, in pratica, il giochino è tutto qui:

1) Sensibilità e relativo tempo di posa
Il Sunny 16 si basa su un accoppiamento forzato tra ISO e velocità di scatto, ovvero ad ISO 100 si considera come tempo di scatto 1/100 od il suo stop più vicino, detto anche 1/125 di secondo.

2) Diaframma corrispondente
Fatto salvo il caso del controluce(in cui basta aggiungere uno stop all'apertura), tutto si risolve nell'osservazione delle condizioni meteo(da cui il suo nome):

Condizioni Meteo Segni Evidenti
Apertura

Sole Pieno

ombre nere e definite
f/16

Sole Velato

ombre distinte
f/11

Nuvoloso

ombre dai contorni sfumati
f/8
Pioggiaombre quasi non visibili, sensazione cutanea di sentirsi bagnatif/5.6

Tramonto

la grande palla di fuoco sta precipitando

f/4

Dopo Tramonto

la palla di fuoco è fuggita

f/2.8

Luci al Neon

un uomo che chiamate capo si sta incazzando

f/2

Interni di Sera

una cameriera chiede ripetutamente cosa prendete

f/1.4

In pratica(e per approssimazione), con una pellicola ISO 100, tenendo i bimbi in spiaggia la coppia da utilizzare sarà 1/125 con un f/16, da spostare ad f/2.8 per i momenti intimi…

…ancora scettici? Provare per credere!

Buona luce a tutti!

domenica 16 gennaio 2011

Ma quanto ce l'hai grosso?

...subito a pensare male... ...parlo del sensore! Comunque, anche se cercavate del Viagra e Google vi ha spediti qui, non scappate, magari imparerete qualcosa di nuovo per le vostre serate voyeuristiche!

…vorrei, nei limiti del possibile, fare oggi un po' di chiarezza sulle dimensioni del sensore e su quanto queste influiscano sull'obbiettivo utilizzato. Per dirla meglio, avete presente quando andate a comprare un obbiettivo ed il negoziante vi dice: "sì, è un 50 mm ma montato sulla sua diventa un 75 che come lei ben sa è perfetto per i ritratti! alla fine un 75 mm così luminoso dove lo trova a questa cifra!"...

...se avete già terminato l'acquisto, mi dispiace dirvelo ma sono tutte boiate(se invece state leggendo da cellulare: scappate!), volente o nolente vi sta prendendo in giro e ora ve ne spiego il perché.

Da quando è nata la fotografia, molti formati sono stati commercializzati ma solo uno ha resistito alle intemperie dei burrascosi mari internazionali: nato nel 1921 dai laboratori Leica e codificato da Kodak nel '34 sotto il codice 135, questo formato, il 35mm, ha resistito al punto tale da diventare standard di controllo per i costruttori di ottiche e per i loro prodotti.

Caratterizzato da 35mm di diagonale, per una base ed altezza rispettivamente di 24x36mm, è il formato che oggigiorno, nel panorama digitale chiamiamo "full-frame".

Questa standardizzazione ha dato ottimi risultati ed ha permesso lunga vita e prosperità all'universo fotografico fino alla nascita delle prime digitali, intorno alla metà degli anni novanta, per chiunque facesse due conti specifico che inzio a contare da qui la nascita del digitale ma solo perché i modelli precedenti, fatto salvo alle tecnologie militari, al massimo davano risultati alla Niepce e Daguerre e la loro prima foto dei tetti di Parigi, insomma roba che al massimo potresti definire fine-art, non certo rappresentazione della realtà, mettendo a difesa dei due che dovevano lavorare con urina di vacca ed altre cose poco igieniche...

In ogni caso da allora, la ricerca di nuovi materiali ed il costo della produzione hanno spinto alla nascita di millemila formati differenti, senza considerare gli apparecchi da due lire o poco più prodotti e firmati in Cina.

Ma cosa cambia da un punto di vista di ottica?
La superficie coperta dell'immagine che si forma su fondo della camera scura ovviamente!

Poco chiaro eh?
Ok...
Prendiamo la foto qui a fianco e facciamo finta di avere una macchina fotografica in cui l'ottica è fissa ma a cui si possa sostituire il sensore... ...figa eh... ...pensate che Nikon ci sta pensando sul serio... ...ma non divaghiamo...



Presa la nostra immagine e fissata su di un cavalletto bello stabile, questo è quello che succederebbe innestando sensori dal più grande al più piccolo nel nostro fantastico corpo multi-sensore!

Vedete come la superficie coperta riduce?
Questa è la motivazione per cui si ha un rapporto di ingrandimento ed il perché a parità di megapixel, foto prodotte con la stessa ottica daranno maggiori o minori dettagli.
Nota importante: il sensore Nikon DX è identico a quello utilizzato da Pentax, Samsung e Sony ma(pur essendo un Pentaxiano fiero) è da me così indicato per giustizia storica.

Ma quindi perché davo del "cacchione" al negoziante?
Facile, spesso i negozianti ci raccontano che un 50mm messo su di un corpo digitale diviene un 75 ma questo è decisamente inesatto: è vero, il rapporto di ingrandimento è lo stesso, ma la lunghezza ottica non dà solo ingrandimento, dà anche distorsione!
Le ottiche lunghe solitamente vengono utilizzate sui modelli non per tagliare fuori l'ambientazione di scatto ma per ridurre gli insulti che prenderemmo facendo vedere al nostro soggetto il suo naso in 16:9...
...insomma, un 50mm montato su di una digitale zoomma parecchio, ma non opera alcun cambiamento sulla deformazione dell'immagine, insomma non fa al caso vostro, a meno che non vogliate far scoppiare una rissa...

Alla fine che sensore conviene usare?
Bella domanda: escludendo le vostre possibilità economiche, conviene sempre montare sensori dalle taglie forti, ed il perché è presto detto.

Avete presente tutta quella graniglia che compare sulle vostre foto quando cala un po' la luce?
Sì, il moiré, esatto: il moiré non tende ad aumentare solo con l'innalzarsi del valore iso impostato, ma anche con la riduzione delle dimensioni del sensore.
Insomma, più è piccolo il sensore e più il giappino che l'ha montato non è riuscito ad isolarlo a modo, causa per cui si ha interferenza elettrica che registriamo come moiré e motivazione:
  • dell'esistenza ancora in commercio di dorsi grossi dal ridotto numero di megapixel;
  • dell'incredibile definizione apparente di foto da 2 mega scarsi di macchine di un decennio fa;
  • del costo allucinante dei dorsi Hasselblad.
Insomma, per dirla in breve: non è tanto come lo usi perché più ce l'hai grosso e più dettaglio ti da, quindi signori: a voi i righelli!

Buona Luce a tutti!

martedì 6 luglio 2010

fotografia come creazione o semplice furto?


Riflettendo su di una delle argomentazioni vecchie quanto la fotografia stessa, classico discorso preso e lasciato mille volte assieme a tremila persone, mi imbatto di nuovo su di un articolo che credo sia d’obbligo di conoscenza, almeno come controcanto di tanti altri cori di quello stesso periodo.
L'avventura della fotografia comincia con i primi tentativi dell'uomo di trattenere un'immagine che egli aveva imparato a formare da lunga data(e senza dubbio gli astronomi arabi utilizzavano la camera oscura già nel XI secolo per osservare le eclissi di sole). Questa duratura familiarità con l'immagine così ottenuta, e l'andamento del tutto oggettivo, e per così dire automatico, strettamente meccanico in ogni caso, del metodo di registrazione spiega come la rappresentazione fotografica potesse sembrare generalmente andar da sé ed anche il non prestare attenzione al suo carattere arbitrario, altamente elaborato[...]. Si dimentica però che l'immagine di cui i primi fotografi hanno preteso di appropriarsi, e l'immagine latente che essi hanno saputo rivelare e sviluppare, queste immagini non hanno nessun elemento genuino; poiché i principi che stanno alla base della realizzazione di un apparecchio fotografico - e anche alla costruzione della camera oscura - sono legati ad una nozione convenzionale di spazio e d'oggettività, che è stata elaborata preliminarmente all'invenzione della fotografia e alla quale i fotografi, nella grande maggioranza, non hanno fatto altro che conformarsi. L'obbiettivo stesso, di cui si sono accuratamente corrette le "aberrazioni" e raddrizzati gli errori, questo obbiettivo non lo è tanto quanto sembra; diciamo che soddisfa, per la sua struttura e per l'immagine ordinata del mondo che permette d'ottenere, ad un sistema di costruzione dello spazio particolarmente familiare, ma già stravecchio e tarlato, al quale la fotografia avrebbe conferito molto in là un ritorno d'attualità insperato.

Cinq notes pour une phénoménologie de l'image photographique, Hubert Damish, 1963
Buona luce a tutti!

mercoledì 23 giugno 2010

Itten: contrasto sì, ma di qualità

...la capacità di vivere un oggetto è una facoltà spirituale.
Se essa si riferisce, in primo luogo, a fenomeni grossolanamente di tipo materiale, l'esperienza viene vissuta dai sensi fisici; se invece, in secondo luogo, si riferisce a fenomeni spirituali, più impalpabili, sono allora i sensi spirituali a viverla...

Così scriveva nel '62 Wingler nel suo "Il Bauhaus"(edito in Italia da Feltrinelli per la collana Campi del Sapere), nelle righe successive, sempre Wingler, afferma che la percezione delle forme implica l'essere mossi, e già la sensazione più lieve è una forma che irraggia movimento, da qui nasce l'idea di contrasto come mezzo di rappresentazione, o se preferite innalzamento, del concetto.

Ma cos'è il contrasto(simbolico) in fotografia? Un contrasto cromatico forse? Geometrico? Puramente concettuale? In che modo poter evidenziare il soggetto(o il concetto) della fotografia in modo che si stagli univocamente dallo sfondo?

In realtà questo è un argomento volutamente annusato e sorvolato nei miei ultimi post ma, proprio perché d’importanza fondamentale, vorrei ora riprenderlo un attimo nel tentativo di strigarlo un po'(tutto sarebbe difficile nel tentativo di rimanere sotto le 600 pagine...) con qualche concetto basilare e un esercizio pratico.

Partiamo un attimo da un’idea, da un concetto che deve essere fondamentale(per non dire vitale) nel prendere in mano la nostra reflex(od anche compatta), la fotografia è un mezzo di espressione, un metodo, un alfabeto composto di particolarissimi glifi quali l'inquadratura, il taglio della foto, le impostazioni Iso, la disposizione della luce, il bilanciamento del bianco, il Bokeh, il decentramento del fuoco e tanti altri.

La fotografia non è altro che uno strumento per la rappresentazione del nostro pensiero, e la comprova di ciò sta nel vostro aver già notato come le foto mutino al cambiare del vostro stato umorale: i toni virano, i soggetti interessanti cambiano, i momenti ci chiamano a prendere la macchina in mano o a lasciarla sulla mensola accanto all'ingresso.

È proprio in questa ricerca di strumenti e simboli che incrociamo un nome, un nome importantissimo che ha segnato, volontariamente o involontariamente, una tra le più grandi scuole di arte e architettura di tutti i tempi, la Staatliches Bauhaus.

Estate del 1919, la Baviera da pochi mesi si è staccata dalla Germania e, alla Bauhaus si presenta un giovane insegnante svizzero, Johannes Itten, Gropius gli ha appena assegnato il “semestrale” obbligatorio per accedere alla scuola. Viene da Suedernlinden e dopo essere diventato maestro elementare, ha passato gli ultimi anni a Stoccarda come allievo di Hölzel ma, quello che è davvero importante, è un mazdaznaniano, quello che oggi chiameremmo un neo-zoroastrista per capirci, il suo credo religioso gli impone di osservare e cambiare il mondo così da renderlo un giardino dove Dio e uomo possano vivere insieme perché “l’uomo è in Dio e Dio è nell’uomo”. È su questa sua idea che basa il corso e il suo metodo d’insegnamento, ovvio dirsi che i suoi esercizi, anche se nati per la pittura, sono facilmente adattabili alla fotografia(ci riesco addirittura io!), e allora perché non iniziare dal suo esercizio più rilevante:

 1 - La Conoscenza
La prima parte dell’esercizio di Itten può essere tradotta nella realizzazione di 24 scatti(sì, 24 e non di più, esercizio fondamentale per non trasformarci in dei cineasti) suddivisi in 12 coppie di foto ritraenti a confronto dei forti contrasti. Siete liberi di scegliere qualunque genere di contrasto vi venga in mente, che esso sia di tipo contenutistico o formale, potrà essere un contrasto cromatico, numerico o anche socioculturale. Nel caso poi vi manchino idee, vi riporto qui a seguire qualche contrasto individuato durante le lezioni di Itten: grande/piccolo, alto/basso, tanto/poco, orizzontale/verticale, staticità/movimento, leggero/pesante, liquido/solido, silenzio/rumore.

2 - La Valutazione
Una volta realizzate le 12 coppie, lasciatele fermentare per un paio di giorni, lo so che sareste impazienti di passare subito alla fase due, ma non siamo tutti uguali e ad alcuni di noi una mezza giornata di svago permetterà di vedere meglio il suo stesso occhio.

3 - La Sintetizzazione
A questo punto utilizzate i rimanenti 12 scatti del nostro rullino(24 + 12 = 36… …ebbene sì, ho pensato anche a voi amici del chimico…) cercando di produrre uno scatto per ogni coppia, un singolo click capace di unire i punti di forza, i concetti delle due foto precedenti.
Ricordate che più sarà evidente il contrasto, maggiore sarà la vostra capacità di sintetizzarlo, e maggiore sarà la capacità della nostra foto di comunicare, proprio per questo Itten “l’ascetico” pretendeva dai suoi studenti un’analisi del mondo da tre precisi punti di vista: quello della sperimentazione sensoriale(punto 1 del nostro esercizio), quello della comprensione razionale(espresso sia nella ricerca del soggetto durante il punto 1, che nel punto 2 riflettendo sul lavoro svolto) e in ultimo quello della rappresentazione sintetica(punto 3), unico metodo secondo lui per liberare la propria energia e dirigerla in modo simbolico/rappresentativo verso immagini od oggetti.
Fu per questa forza espressiva, questa capacità di sintetizzare l’immagine in punti chiave da facile lettura che il suo metodo divenne talmente rinomato da sopravvivergli anche dopo il suo distacco dalla Bauhaus del 1923.


Undici anni più tardi la sua religione venne vietata dal Terzo Reich perché troppo pacifista.

Buona luce a tutti!

venerdì 7 maggio 2010

al mio migliore amico: Peter Il'ich Tchaikovsky

Caro Signore, Petr Il'ich,
Davvero non so come ringraziarvi per il vostro indulgere nei confronti della mia impazienza. Conoscendo il mio profondo affetto per Voi, potrei temere lo stiate facendo solo per compiacermi, anche se apprezzo la vostra infinita gentilezza.
C'è molto, molto che vorrei raccontarvi in merito al mio atteggiamento donchisciottesco nei vostri confronti, ma avrei paura di rubarvi troppo del vostro già limitato tempo. Tutto quello che posso dire, è che quest’atteggiamento, per quanto astratto esso sia, mi è caro come mai nulla prima, come il più alto tra tutti i sentimenti di cui la natura umana è capace. Così, Peter Il'ich, se vorrete, potrete chiamarmi sognatrice, o pazza se preferirete, ma vi prego di non riderne, perché sarebbe sì divertente se non fosse tale sentimento così sincero e profondamente radicato in me.
Con sincero rispetto e cordiale devozione,

N. von Meck

Nadezhda von Meck a Peter Il'ich Tchaikovsky, Mosca, 15 febbraio 1877

Traduzione a cura dell'autore del post che, non conoscendo personalmente Tchaikovsky, più che al sul 170° compleanno vorrebbe dedicarlo alla sua compagna che lo sopporta tutti i giorni ;)

martedì 4 maggio 2010

prima della Lomo, la perspicace 4

È il 1932, Terragni sta per iniziare la sua Casa del Fascio a Como, Ghandi finisce in galera per il primo dei suoi scioperi della fame, i nazisti chiudono la Bauhaus, Heisenberg riceve il Nobel per la "sua" fisica quantistica e Leica presenta il suo modello II.
La Leica II, una tra le macchine che segnarono il passaggio tra le vecchie Leica e la concezione moderna di macchina fotografica: otturatore in tela orizzontale, tempi di scatto da un ventesimo ad un cinquecentesimo di secondo, sincro flash, innesto M39(che rimarrà un classico fino ai giorni nostri) ed un telemetro di precisione, accoppiato alle ottiche, direttamente derivato dai sistemi di puntamento dell'esercito tedesco - provi a guardarci dentro... ...vede l'immagine sdoppiata? ecco, ora spinga la levetta finchè non la vede intera! perfetto, il soggetto è ora a fuoco... -.
Nessuno di loro avrebbe pensato che, solo pochi anni più tardi, quello stesso progetto meccanico sarebbe passato nelle mani del nemico, la K.M.Z., Krasnogorskiy Zavod.

Fu così, durante i bombardamenti di Dresda, come per magia vennero ritrovate dall'Armata Rossa le industrie Zeiss Contax pressochè intatte, era il 1945. Quasi venticinquemila morti e svariate bombe non erano passati nemmeno vicini a quei magazzini, primo premio di quella che sarebbe stata, accoppiandola con le imprese F.E.D. di Leningrado, la rinascita economica dell'U.R.S.S. nel periodo post-bellico. Alla Russia a questo punto non rimaneva che riaccendere le macchine ed utilizzare i progetti di costruzione lasciati al loro destino dal nemico in fuga.

Fu così che nacque la perspicace 4, o se preferite la vecchia Zorki, insieme alle FED ed alle Leningrad una tra le macchine(oggi low-cost ma 16 rubli nel lontano '64) più belle che si possano trovare tutt'oggi sulle bancherelle dei mercatini.
Metallo fuso e scavato dal pieno al servizio dei 35mm, ottiche brillanti e scorrevoli dopo quasi mezzo secolo dalla loro fabbricazione, tendine in stoffa e meccaniche da orologio mantenute sotto carta oliata nei magazzini dell'ex unione sovietica.
Poter scattare con una di queste macchine è una specie di magia, un tipo di tatto che difficilmente ti togli dal naso, sentire la molla che la anima andare in pressione, semplicemente regolata dai tempi sotto le nostre dita, nulla a che vedere con le plasticose Lomo di vent'anni più tardi, insomma dei veri e propri gioielli del passato.