Ieri sera, riflettendo su di una selezione portfolii propostami, mi sono messo a spulciare la mia biblioteca personale(e la rete) in cerca di idee e nuovi spunti sull’operazione.
Di solito mi lascio guidare più dal "sentire" che non dal "vedere" in questa fase, tendo a legarmi alle parole ed a scivolare poi nei relativi significati, e proprio così mi sono imbattuto in questo bellissimo articolo di stampo palesemente elisabettiano.
Lo stampo marziale(e fortemente manualistico) della civiltà anglosassone credo sia una delle prime attrative che trovai quando mi sono affacciato per la prima volta sulla scuola di oltre manica, detto questo e soffrendo d’insonnia a causa della calura estiva non potevo certo esimermi dal presentarvi, in forma da me ritradotta, questa bellissima guideline(forse un po’ retrò ma sempre attuali) sulla preparazione e presentazione di un portfolio fotografico-artistico.
Buona lettura e buona luce a tutti!
p.s.: il signore nella foto è Edward Muybridge, allegro gentiluomo inglese su cui vedrò presto di scrivere qualcosa, giusto per tenervi compagnia sotto l'ombrellone.
INTRODUZIONE
Per avere successo nel mercato dell'arte di oggi un artista deve avere una visione, deve padroneggiare le competenze tecniche necessarie per mezzo artistico da lui intrapreso, ed ha bisogno di comprendere il business che vi sta dietro.
Nel presentare un portfolio non sarà solo questo ad essere giudicato ma anche l'artista che vi sta dietro. È un fotografo serio? Avrà successo? È degno di essere rappresentato?
Il vostro portfolio deve impressionare gli spettatori con la vostra visione ed ovviamente con gli aspetti tecnici con cui l'avete espressa. Per poter procedere è quindi necessario padroneggiare perfettamente il mezzo artistico.
Questo articolo è stato scritto per aiutare a capire l'importanza di buoni materiali e per comprendere il lato commerciale dell'arte.
PROSPETTIVA
Ricordate, non importa ciò che avete sentito o letto, il vostro lavoro non sta in piedi da solo.
Ogni volta che un gallerista, curatore, od un consulente artistico recensisce il vostro portfolio, il ricordo delle foto sarà solo una minima parte di quanto considererà.
Proprio come il packaging gioca un ruolo fondamentale in ambito marketing, l'artista e la sua presentazione saranno vitali per la buona riuscita del vostro portfolio, una buona presentazione sarà quindi vitale.
DESIGN
Le fotografie dovranno essere presentate in modo professionale, scegliete solo lavori conclusi, mai mostrare foto di lavori a metà o di backstage. Mostrate solo i vostri lavori migliori. Organizzati, un buon portfolio deve avere continuità e fornire agli spettatori una chiara idea della vostra visione.
Dovrebbe essere organizzato in soggetti o per stili fotografici.
Immagini orizzontali e verticali, così come i tagli di stampa dovrebbero essere organizzati e raggruppati separatamente.
Immagini a colori e bianchi e neri devono essere raggruppati separatamente così da facilitarne la visione.
Il lavoro dovrebbe essere presentato nel giusto album od al massimo all'interno di una normale busta da spedizioni. Se si presenta il proprio lavoro in una galleria sarà meglio però optare per un album appropriatamente sviluppato per il nostro progetto di fine-art.
Le foto presentate dovrebbero essere pronte per la vendita: intelaiate, firmate, datate, titolate, numerate e timbrate a secco.
Prima di effettuare la presentazione ricordatevi di togliere qualsiasi tessuto o foglio messo a protezione delle foto ed assicurarsi che le intelaiature siano pulite e prive di impronte digitali.
Le intelaiature devono essere precise e curate, se non si è capaci meglio rivolgersi ad un corniciaio.
MODIFICARE NECESSARIE
Il vostro portfolio deve essere ben curato e visto che è impossibile essere giudici di sé stessi e spesso in ambito fotografico è impossibile essere obbiettivi sul proprio lavoro, chiedete a conoscenti ed amici prima di portarlo in galleria.
Limitate il numero di opere a non più di venti, considerando un minimo di dieci. L'obbiettivo della vostra prima visita in galleria non sarà vendere tutti i vostri scatti ma solo introdurre il vostro lavoro, rendere l'esperienza di chi guarda il più piacevole possibile così da spingere ad un secondo colloquio.
Può capitare di dover presentare diversi portfolio prima di essere rappresentati da una galleria ma ogni volta ricordatevi di presentare solo lavori tematicamente unitari.
Se si dispone di più tematiche, presentate il vostro lavoro più forte.
PRESENTAZIONI
Iniziate con una nota positiva, fate un commento in omaggio alla galleria od alle opere in mostra, ringraziate il recensore per il tempo che concederà alle vostre opere, presentate voi stessi e le vostre foto ma brevemente perché il vostro lavoro è più importante in questa fase.
Assumendo che il recensore sia un professionista, non insistere troppo sull'uso di guanti bianchi o sul maneggiare il vostro lavoro, se siete davvero preoccupati, sfogliate voi per il recensore. Tenete sempre a mente che si vuole rendere semplice la visione del portfolio.
Non interferire mai con la vita di galleria e non interrompere mai un impegno di vendita. Prima di iniziare la presentazione, lasciate che il recensore capisca la vostra comprensione del suo lavoro e che non avrete problemi se lui dovesse interrompere per urgenze lavorative.
Ascoltate attentamente e non esitate a prendere appunti se necessario. Provate a capire le foto preferite del recensore, potrebbero essere inserite in futuri portfolii.
Riducete le vostre domande al minimo così da cercare di eliminare le possibili risposte negative.
Non chiedete di essere rappresentati e non chiedete per possibili mostre, la persona che osserverà il vostro lavoro saprà cosa vuole e le proporrà lui stesso se ve ne sarà la disponibilità.
Se vi è stato fissato appuntamento da trenta minuti, considerate in questo tempo di poter essere pronti ad uscire e non impegnare maggiormente il curatore. Tirare l'appuntamento oltre il tempo previsto, a meno che non ce ne sia richiesta, sarebbe più che altro controproducente.
Se avete diapositive di altri vostri lavori, tenetele pronte ma estraetele se e solo se vi verrà richiesto.
Le diapositive vengono spesso utilizzate da gallerie e consulenti per mostrare le immagini ai clienti.
I vetrini dovranno essere sempre di stampe e non duplicati delle diapositive originali.
Padroneggiare l'arte di fare diapositive sarà un beneficio per la vostra carriera, se si avessero difficoltà ad effettuare diapositive felici, si consiglia di rivolgersi ad un laboratorio professionale.
PREPARAZIONE
Prima di contattare una galleria accertarsi che tratti il vostro mezzo artistico. Osservare il lavoro degli artisti rappresentati e fate in modo che le vostre opere si inseriscano nel profilo della galleria.
Informarsi sulle procedure in corso inerenti alla revisione delle opere e comprendere se esse sono conformi a quelle da voi seguite.
Il modo migliore per farlo è chiedere alla galleria stessa, i metodi di revisione variano, potrebbe essere necessario lasciare il vostro portfolio in galleria per una notte od anche per una settimana. Alcune gallerie potrebbero richiedervi la sola visione delle diapositive, altre una lettera di presentazione da altri artisti o collezionisti. E' importante seguire le procedure di revisione della galleria, specialmente alla vostra prima visita.
Scoprire il nome e la posizione del curatore portfolii e segnare il proprio nome con ortografia corretta, questo è importante per future visite e per la corrispondenza con la galleria. Se vi aspettate che il curatore si ricordi di voi, permettetegli la stessa cortesia ricordandovi di lui.
TIMING
Telefonare o scrivere con diverse settimane di anticipo richiedendo l'opportunità di mostrare il vostro lavoro. Se si opta per la scrittura, ricordarsi di includere una busta pre-indirizzata e pre-affrancata.
Evitate appuntamenti a breve termine("Sono in città solo per oggi, sareste disponibili in mattinata?") e mai presentarsi senza appuntamento chiedendo sul posto una lettura.
Nel giorno della presentazione, chiamare e confermare l'appuntamento premunendovi di sapere se il curatore è ancora disponibile per quella data, il tempismo è fondamentale.
Siate in orario, se non siete in grado di rispettare l'appuntamento telefonate il prima possibile e cercate di riprogrammarlo. Siate sensibili alle priorità della galleria e non cercate di ottenere una lettura mentre viene installata una mostra e mentre sono in atto altri eventi.
La sincronizzazione con i tempi lavorativi è fondamentale per una revisione di successo.
BUON SENSO
Essere amichevoli, positivi, educati e cortesi. Evitate di essere scortesi o sconsiderati. Tenete presente che si chiedendo al curatore di aiutarvi, attraverso le vostre parole ed azioni fate capire che date valore alla persona ed alle sue opinioni: state rendendo il suo lavoro più facile o difficile? Avete già visitato lo spazio prima di allora? Siete a conoscenza dei programmi in corso, delle nuove direzioni o della storia della galleria? Si dovrebbe imparare il più possibile circa la galleria prima della propria revisione. Ricordate che quando chiedete ad una galleria di rappresentarvi, state chiedendo di investire tempo e denaro sulla vostra persona, le state chiedendo di diventare vostro partner commerciale.
FOLLOW-UP
Create una scheda marketing del vostro incontro. Una scheda marketing è un’appunto di chi avete contattato ed a riguardo di cosa.
Includete in essa il nome del curatore, il tipo di lavoro presentato, impressioni, commenti, quale materiale è stato scartato, i risultati della revisione ed il tipo di follow-up pianificato.
Assicurarsi di inviare un biglietto di ringraziamento alla persona che ha visionato il vostro portfolio. Inviate una cartolina delle vostre immagini in modo che possa ricordare di quale lavoro si tratta. Follow-up a 4-6 mesi, oppure ogni volta che abbiate un nuovo portfolio da presentare.
PAZIENZA
Sviluppare un rapporto con una galleria è come sviluppare qualsiasi altro rapporto di valore, non capiterà dall'oggi al domani ma se non sarete pazienti, professionali e cortesi, è probabile che non accada mai.
Un proprietario di una galleria ha molte cose da fare oltre alla scoperta di nuovi artisti, siate sempre consapevoli e sensibili alla differenza tra le vostre priorità e le priorità del vostro curatore.
Diventare un artista di successo richiede molto più che buone opere d'arte. Per avere successo è necessario comprendere il business dell'arte, creare un buon portfolio e padroneggiarne la presentazione.
Diventare un artista di successo prevede avere un buon tempismo, un pizzico di fortuna ed il desiderio di arrivare.
Visualizzazione post con etichetta tecnica fotografica. Mostra tutti i post
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giovedì 14 luglio 2011
venerdì 27 maggio 2011
Esposimetro Fai-da-te
Nell'articolo precedente abbiamo parlato di "esposimetri a estinzione di luce" e, ragionandoci un po' sù, ho pensato di scrivere qui un piccolo progetto che mi è venuto in mente su come realizzarne uno con meno di 4 euro di materiale per provare il fascino di riutilizzare la vecchia macchina fotografica del nonno!Dunque bimbi, procuratevi:
- un cacciavite da "occhialaio" o un punteruolo, la cosa importante è che vi permetta di fare dei bei buchi puliti sulle lenti;
- un coltello per carne od un seghetto da plastica;
- un pennarello da CD con punta fine;
- un pezzo di spago od anche meglio un fermaglio per fogli;
- un paio di occhiali 3D di quelli che vi danno al cinema.

Qual è l'idea? semplice, sfruttare le lenti polarizzate degli occhiali per ridurre selettivamente il passaggio di luce! Partiamo da un concetto base: le lenti polarizzate permettono il passaggio solo di luce polarizzata, tipo i riflessi o le immagini dei film in 3D.
Proprio per questo negli occhialetti del cinema trovate(semplificandone la spiegazione) una lente che filtri raggi orizzontali ed una che filtra quelli verticali!
Mettendole una sopra all'altra quindi riusciremo a vedere perfettamente aldilà delle lenti ma, ruotandole progressivamente, si scuriranno sempre di più fino ai 90° dove non faranno passare più nulla.
Iniziamo:
- Segate via la montatura ed estraete le due lenti: fate attenzione, sono solo foglietti di plastica da meno di 1 mm di spessore, se spingete troppo con il coltello le dividete in due.
- Forate le due lenti con un cacciavite e fissatele insieme con lo spago.
Fatto! A questo punto non manca che la taratura del vostro nuovo esposimetro ecofriendly, prendete la vostra reflex ed impostate:
- Iso 100;
- priorità di tempi;
- 1/125 di secondo;
- lettura esposimetrica Spot.
A questo punto puntate fuori dalla finestra, mettete a fuoco il primo oggetto che vedete e fatevi dare la prima coppia tempi/diaframmi: vi indica un diaframma 16? Perfetto!
- Prendete in mano il vostro esposimetro;
- giratelo fino a che non diventa nero;
- tornate indietro fino a che non riconoscete dei particolari(tipo le righe del legno della porta, o le lettere su di un sacchetto di carta, o i contorni delle nuvole);
- tirate con il pennarello una linea sulla lente posteriore, proprio dove quella anteriore finisce;
- segnate sulla linea tracciata il valore di diaframma.
Ripetete questa operazione cercando di coprire tutti i diaframmi che vanno da 16 a 2,8 ed il gioco è fatto.
Vi verrà una lente posteriore ben carica di linee e cifre ma a questo punto vi basterà inquadrare qualcosa con le vostre lenti, ruotarle fino a scorgerne i particolari e leggere il valore di diaframma indicato, semplice no?
Buona luce a tutti!
mercoledì 25 maggio 2011
Esposimetro ed Estinzione
Come abbiamo accennato nell'articolo precedente, il fotografo, anche molto prima delle celle al selenio, ha sempre cercato di rendersi la vita più facile e sprecare meno pellicola possibile, oltre alla Sunny 16 però vennero inventati molti altri metodi, volendo anche più precisi, per calcolare la giusta quantità di luce da far ingoiare alla macchina per avere delle belle foto, tra questi c'era l'esposimetro a estinzione di luce.
Gli esposimetri ad estinzione nacquero circa all'inizio del secolo scorso, prima di allora gli esposimetri commercializzati erano cari ma soprattutto one-shot, si basavano sull'uso di piccoli foglietti bagnati in liquido fotosensibile, con la seccatura(ed il costo) di dover cambiare foglietto ad ogni lettura. Il funzionamento di quelli ad estinzione invece era quanto di più semplice ed ingegnoso ci si potesse aspettare: non necessitavano di alcuna ricarica o pila(cosa che nel 1920 ne motivò un prezzo di vendita di 11 Dollari!), si basavano solo sulla tecnologia dell'occhio umano.
L'idea era che l'occhio fosse(come è del resto) una tra le migliori macchine esistenti per capacità di confronto e, di conseguenza, per capacità di misura: di pratica questo esposimetro non era altro che un piccolo cilindro sul cui fondo veniva applicata una lente gradualmente brunita con riportati dei tempi di esposizione, il fotografo od il cineasta non doveva fare altro che guardare al suo interno e leggere l'ultima cifra leggibile, presa questa bastava accoppiarla(come nel caso del Practos Adapto, di cui sono un felice possessore) con il numero ASA o DIN della pellicola e leggere sul dorso il numero di diaframma utile alla situazione.
Questi bellissimi oggetti spopolarono tra i professionisti dell'immagine ed in un lampo anche le major dell’epoca produssero dei veri e propri gioielli come lo stupendo ciondolo Diaphot prodotto dalla Zeiss Ikon tra il 1921 ed il 1934.
Purtroppo, per quanto belli, alla fine degli anni trenta l'avvento tecnologico delle prime celle al selenio e la naturale capacità dell'occhio umano di compensare(primo punto a sfavore di questi esposimetri), spinsero il mondo della fotografia ad abbandonare questi gioielli di misurazione per tecnologie dette maggiormente sicure.
Molti di questi esposimetri erano fatti di carta, o con vetri soffiati molto sottili, o con latte talmente leggere da piegarsi al guardarle... ...ad oggi per questi motivi sono abbastanza rari quindi, se ne trovate uno su di una bancarella ed avete idea che il venditore non sappia di cosa parla, prendetelo senza porvi domande!
Buona luce a tutti!
mercoledì 2 febbraio 2011
Sunny 16: esposizioni senza scottature
Sempre per rimanere a cavallo tra gli articoli storici ed i primi passi, oggi parliamo di esposizione!
Chi di voi, come me, ha avuto la brillante idea di innamorarsi delle vecchie fotocamere russe, sicuramente si sarà trovato di fronte al grande quesito, l’interrogativo massimo:
"Come evito di fottere un intero rullino non sapendo le giuste coppie d'esposizione?"
Che poi credo essere uno dei massimi dubbi insiti in ogni fotografo, anche Daguerre ci passò e proprio per questo nacquero gli esposimetri, quelli per estinzione di luce(tipo quello della vecchia Rolleyflex), quelli a cellula al selenio, quelli elettromeccanici e a seguire tutta la tecnologia che ci ha portato alle odierne digitali. Ho in mente, in futuro, di scrivere in merito alle diverse tipologie di esposimetri ma, prima di tutto, vorrei iniziare con il metodo Sunny 16.
Una volta ogni newbie sapeva cosa fosse il Sunny 16, te lo scrive la Kodak dentro ogni confezione(e pure a disegnini!), era riportato anche sui corpi delle vecchie Lubitel 166+ in ausilio dei principianti ancora poco esperti ed era difficile uscire da un negozio di fotografia senza avere un regolo di cartone per il suo calcolo rapido. Purtroppo oramai è cosa arcaica parlare di pellicole o di macchine senza esposimetro, proprio per questo, anche se molto utile, l'esistenza di questo metodo è sempre più cosa nota solo a pochi, in ogni caso se anche voi:
1) Sensibilità e relativo tempo di posa
Il Sunny 16 si basa su un accoppiamento forzato tra ISO e velocità di scatto, ovvero ad ISO 100 si considera come tempo di scatto 1/100 od il suo stop più vicino, detto anche 1/125 di secondo.
2) Diaframma corrispondente
Fatto salvo il caso del controluce(in cui basta aggiungere uno stop all'apertura), tutto si risolve nell'osservazione delle condizioni meteo(da cui il suo nome):
In pratica(e per approssimazione), con una pellicola ISO 100, tenendo i bimbi in spiaggia la coppia da utilizzare sarà 1/125 con un f/16, da spostare ad f/2.8 per i momenti intimi…
…ancora scettici? Provare per credere!
Buona luce a tutti!
Chi di voi, come me, ha avuto la brillante idea di innamorarsi delle vecchie fotocamere russe, sicuramente si sarà trovato di fronte al grande quesito, l’interrogativo massimo:
"Come evito di fottere un intero rullino non sapendo le giuste coppie d'esposizione?"
Che poi credo essere uno dei massimi dubbi insiti in ogni fotografo, anche Daguerre ci passò e proprio per questo nacquero gli esposimetri, quelli per estinzione di luce(tipo quello della vecchia Rolleyflex), quelli a cellula al selenio, quelli elettromeccanici e a seguire tutta la tecnologia che ci ha portato alle odierne digitali. Ho in mente, in futuro, di scrivere in merito alle diverse tipologie di esposimetri ma, prima di tutto, vorrei iniziare con il metodo Sunny 16.
Una volta ogni newbie sapeva cosa fosse il Sunny 16, te lo scrive la Kodak dentro ogni confezione(e pure a disegnini!), era riportato anche sui corpi delle vecchie Lubitel 166+ in ausilio dei principianti ancora poco esperti ed era difficile uscire da un negozio di fotografia senza avere un regolo di cartone per il suo calcolo rapido. Purtroppo oramai è cosa arcaica parlare di pellicole o di macchine senza esposimetro, proprio per questo, anche se molto utile, l'esistenza di questo metodo è sempre più cosa nota solo a pochi, in ogni caso se anche voi:
- ancora non siete i felici possessori di un esposimetro da seicento euro;
- state valutando il tasso di fregatura nelle parole del bottegaio che vi dice “è del ’46 ma va da Dio!”;
- come me volete fare i fighi intestardendovi ad usare una macchina fotografica degli anni trenta;
1) Sensibilità e relativo tempo di posa
Il Sunny 16 si basa su un accoppiamento forzato tra ISO e velocità di scatto, ovvero ad ISO 100 si considera come tempo di scatto 1/100 od il suo stop più vicino, detto anche 1/125 di secondo.
2) Diaframma corrispondente
Fatto salvo il caso del controluce(in cui basta aggiungere uno stop all'apertura), tutto si risolve nell'osservazione delle condizioni meteo(da cui il suo nome):
| Condizioni Meteo | Segni Evidenti | Apertura |
Sole Pieno | ombre nere e definite | f/16 |
Sole Velato | ombre distinte | f/11 |
Nuvoloso | ombre dai contorni sfumati | f/8 |
| Pioggia | ombre quasi non visibili, sensazione cutanea di sentirsi bagnati | f/5.6 |
Tramonto | la grande palla di fuoco sta precipitando | f/4 |
Dopo Tramonto | la palla di fuoco è fuggita | f/2.8 |
Luci al Neon | un uomo che chiamate capo si sta incazzando | f/2 |
Interni di Sera | una cameriera chiede ripetutamente cosa prendete | f/1.4 |
In pratica(e per approssimazione), con una pellicola ISO 100, tenendo i bimbi in spiaggia la coppia da utilizzare sarà 1/125 con un f/16, da spostare ad f/2.8 per i momenti intimi…
…ancora scettici? Provare per credere!
Buona luce a tutti!
domenica 16 gennaio 2011
Ma quanto ce l'hai grosso?
...subito a pensare male... ...parlo del sensore! Comunque, anche se cercavate del Viagra e Google vi ha spediti qui, non scappate, magari imparerete qualcosa di nuovo per le vostre serate voyeuristiche!
…vorrei, nei limiti del possibile, fare oggi un po' di chiarezza sulle dimensioni del sensore e su quanto queste influiscano sull'obbiettivo utilizzato. Per dirla meglio, avete presente quando andate a comprare un obbiettivo ed il negoziante vi dice: "sì, è un 50 mm ma montato sulla sua diventa un 75 che come lei ben sa è perfetto per i ritratti! alla fine un 75 mm così luminoso dove lo trova a questa cifra!"...
...se avete già terminato l'acquisto, mi dispiace dirvelo ma sono tutte boiate(se invece state leggendo da cellulare: scappate!), volente o nolente vi sta prendendo in giro e ora ve ne spiego il perché.
Da quando è nata la fotografia, molti formati sono stati commercializzati ma solo uno ha resistito alle intemperie dei burrascosi mari internazionali: nato nel 1921 dai laboratori Leica e codificato da Kodak nel '34 sotto il codice 135, questo formato, il 35mm, ha resistito al punto tale da diventare standard di controllo per i costruttori di ottiche e per i loro prodotti.
Caratterizzato da 35mm di diagonale, per una base ed altezza rispettivamente di 24x36mm, è il formato che oggigiorno, nel panorama digitale chiamiamo "full-frame".
Questa standardizzazione ha dato ottimi risultati ed ha permesso lunga vita e prosperità all'universo fotografico fino alla nascita delle prime digitali, intorno alla metà degli anni novanta, per chiunque facesse due conti specifico che inzio a contare da qui la nascita del digitale ma solo perché i modelli precedenti, fatto salvo alle tecnologie militari, al massimo davano risultati alla Niepce e Daguerre e la loro prima foto dei tetti di Parigi, insomma roba che al massimo potresti definire fine-art, non certo rappresentazione della realtà, mettendo a difesa dei due che dovevano lavorare con urina di vacca ed altre cose poco igieniche...
Ma cosa cambia da un punto di vista di ottica?
La superficie coperta dell'immagine che si forma su fondo della camera scura ovviamente!
Poco chiaro eh?Ok...
Prendiamo la foto qui a fianco e facciamo finta di avere una macchina fotografica in cui l'ottica è fissa ma a cui si possa sostituire il sensore... ...figa eh... ...pensate che Nikon ci sta pensando sul serio... ...ma non divaghiamo...Presa la nostra immagine e fissata su di un cavalletto bello stabile, questo è quello che succederebbe innestando sensori dal più grande al più piccolo nel nostro fantastico corpo multi-sensore!
Vedete come la superficie coperta riduce?
Questa è la motivazione per cui si ha un rapporto di ingrandimento ed il perché a parità di megapixel, foto prodotte con la stessa ottica daranno maggiori o minori dettagli.
Nota importante: il sensore Nikon DX è identico a quello utilizzato da Pentax, Samsung e Sony ma(pur essendo un Pentaxiano fiero) è da me così indicato per giustizia storica.
Ma quindi perché davo del "cacchione" al negoziante?
Facile, spesso i negozianti ci raccontano che un 50mm messo su di un corpo digitale diviene un 75 ma questo è decisamente inesatto: è vero, il rapporto di ingrandimento è lo stesso, ma la lunghezza ottica non dà solo ingrandimento, dà anche distorsione!
Le ottiche lunghe solitamente vengono utilizzate sui modelli non per tagliare fuori l'ambientazione di scatto ma per ridurre gli insulti che prenderemmo facendo vedere al nostro soggetto il suo naso in 16:9...
...insomma, un 50mm montato su di una digitale zoomma parecchio, ma non opera alcun cambiamento sulla deformazione dell'immagine, insomma non fa al caso vostro, a meno che non vogliate far scoppiare una rissa...
Alla fine che sensore conviene usare?
Bella domanda: escludendo le vostre possibilità economiche, conviene sempre montare sensori dalle taglie forti, ed il perché è presto detto.
Avete presente tutta quella graniglia che compare sulle vostre foto quando cala un po' la luce?
Sì, il moiré, esatto: il moiré non tende ad aumentare solo con l'innalzarsi del valore iso impostato, ma anche con la riduzione delle dimensioni del sensore.
Insomma, più è piccolo il sensore e più il giappino che l'ha montato non è riuscito ad isolarlo a modo, causa per cui si ha interferenza elettrica che registriamo come moiré e motivazione:
- dell'esistenza ancora in commercio di dorsi grossi dal ridotto numero di megapixel;
- dell'incredibile definizione apparente di foto da 2 mega scarsi di macchine di un decennio fa;
- del costo allucinante dei dorsi Hasselblad.
Buona Luce a tutti!
venerdì 10 settembre 2010
Street & Travel Photography : Terza e ultima parte
Parte terza: il dopo.
E anche il viaggio è andato. E' stato bello, abbiamo visto tanti posti nuovi, gente nuova, idee moderne o antiche ma sempre nuove. Abbiamo camminato, corso, scattato, mangiato bevuto e parlato. E ora siamo di nuovo a casa con un hard disk pieno di immagini.

Le foto grezze sono spesso l'ombra di ciò che potevano essere, di cio che volevamo esprimere. Sta alla nostra bravura, al nostro saper cogliere successivamente, il riportare l'idea originaria (o un'altra, perchè no) attraverso l'elaborazione dello scatto.
L'elaborazione digitale ha sempre fatto nascere dispute e situazioni spiacevoli. Si, no? Troppo, poco? Giusto, sbagliato?
Certo, fossimo tutti dei tecnici eccelsi, dei maghi della fotografia, di elaborazione ci sarebbe ben poco bisogno. Ma per quanto mi riguarda sono ben lontano dal partorire una foto perfetta direttamente sulla pellicola. L'orizzonte mi pende sempre da un lato, sbaglio la messa a fuoco, sbaglio l'inquadratura, sbaglio l'esposizione non mi decido mai sul colore o bianco e nero, ecc.
Questi sono tutti errori che do per scontati da parte mia e che cerco di bilanciare in fase di scatto (piu scatti, bracketing, appoggiare la macchina, scattare in raw) che poi in postproduzione attraverso ritocchi "piccoli" ma necessari.
La prima cosa importante è scremare. Dei 20Gb di foto Raw che abbiamo scattato ce ne saranno si e no un decimo di foto che vale la pena lavorare subito. Io opero una prima scrematura con Digital Photo Professional (il programma fornito in bundle dalla canon) in cui segno le foto da buttare palesemente ovvero scatti neri, scatti bianchi, scatti ipermossi. La seconda scrematura va invece al contrario, sulle foto rimaste (quelle presumibilmente che se possono vedè ) segno le foto migliori e le foto di seconda scelta mentre lascio senza segno le foto che non rientrano in questi due canoni (nota: il sw che uso permette di marcare le foto con "1", "2" , "3", questo è il segnare a cui faccio riferimento). Da qui passo poi a scremare le prime scelte, specie se numerose. Controllo attentamente la messa a fuoco e, nelle foto simili tra loro, vado a fare una scelta su quale tenere e quale segnare come qualità minore.
Il risultato di questa scrematura è avere un sottoinsieme non troppo esteso ma qualitativamente a posto su cui lavorare per primo, fermo restando che una foto archiviata poi possiamo trattarla in qualsiasi momento.

A quel punto comincia il lavoro su ogni immagine.
Le cose che valuto per prime di solito sono composizione e colore.
Spesso, anzi sempre, scatto piu della composizione che volevo. Questo perchè mi conosco, so che nell'istante in cui premo l'indice l'inquadratura si inclinerà leggermente da un lato e si sposterà e dovrò compensare tagliando un po di foto. In più sono diversi anni che non scatto piu direttamente in bianco e nero ma che lascio questo processo alla postproduzione, per darmi la possibilità all'ultimo di tenere la foto anche o solo a colori. Questo è solitamente il momento in cui si forma o ritorna alla mente l'idea che voglio dare alla foto, una volta fissata questa nella mente il resto dell'elaborazione va spedito. Si parte con il ritaglio e l'eventuale rotazione dell'inquadratura. Nel caso avessi deciso di tenere la foto in bianco e nero andrò a valutare secondo quale filtro fare la trasformazione in bianco e nero. Parlo di filtro ma in realtà altro non è che una desaturazione preceduta da una modifica del colore che rispecchi il filtro che idealmente vorrei. Modifico le curve, accentuando i verdi e abbassando rossi e blu per dare una gradazione di grigio piu morbida, simile al filtro verde. O viro sul rosso per un maggiore contrasto, il bello è che posso scegliere cosa valorizzare a posteriori e facendo quanti tentativi voglio.
Nel caso del colore invece vado a operare sui livelli, curve e sulla tonalità del singolo colore. Un occhio particolare alla fine va rivolto alla maschera di contrasto che ci regala nitidezza.
L'importante in questi casi è restare realistici, confezionare un immagine sobria ed equilibrata, senza eccessi pacchiani o di cattivo gusto nell'elaborazione. Ciò che questa frase rappresenta per ognuno di voi lo dovrete cercare attraverso tentativi successivi e confronto con il prossimo [fine momento zen].

Una volta prodotte le nostre immagini finale che farne? Una cosa molto in voga è pubblicarle sui social network, sui siti di fotografia, sui forum di critica fotografica. L'unico consiglio che ho da darvi a riguardo è di non pubblicare mai l'originale ma solo copie piu piccole. Alcuni scelgono watermark o cornici con nome e cognome per tutelare in qualche modo la paternità ma la cosa essenziale è che l'immagine sia piccola, deteriorata rispetto all'originale, in modo che nessuno possa scaricarla e stamparla per i propri comodi.
Un oggetto molto carino da produrre per se e per gli amici (e per i posteri) è un fotolibro, raccolta cartacea vecchio stile che è possibile asseblare da soli senza troppe difficoltà grazie ai servizi offerti da diversi siti internet. Le belle foto stampate e rilegate fanno davvero la loro porca figura, credetemi.
Ultimo passo, forse il piu importante nella postproduzione, è l'archiviazione. E' importante conservare le foto, ed è importante farlo in maniera sistematica e sicura. Conservare le pellicole all'asciutto e al riparo dalla luce, catalogandole in maniera da poter ritrovare un set di foto anche tra 10 anni. Conservare i file digitali, su cd o su hard disk, catalogati in modo comprensibile e messi in luoghi sicuri al riparo dai piu. Fare una o due copie. Ricordate che mentre una pellicola resiste un minimo alle intemperie e rischia al massimo di farvi perdere 36 scatti, un supporto digitale con dentro 5 anni di scatti è potenzialmente soggetto a catastrofi (tipo: perdere 5 anni di foto in copia unica).
Bene, sono arrivato alla fine del discorso. Questo articolo in tre parti è stato scritto sulla falsariga di una conferenza che avevo preparato per il fotoclub di Padova e che in realtà non ho mai tenuto. Spero vi sia stata utile e non vi sia andata a noia, spero inoltre di vedere le vostre foto appese da qualche parte in bella mostra :)
Vostro,
Francesco
www.chiot.it
E anche il viaggio è andato. E' stato bello, abbiamo visto tanti posti nuovi, gente nuova, idee moderne o antiche ma sempre nuove. Abbiamo camminato, corso, scattato, mangiato bevuto e parlato. E ora siamo di nuovo a casa con un hard disk pieno di immagini.
Le foto grezze sono spesso l'ombra di ciò che potevano essere, di cio che volevamo esprimere. Sta alla nostra bravura, al nostro saper cogliere successivamente, il riportare l'idea originaria (o un'altra, perchè no) attraverso l'elaborazione dello scatto.
L'elaborazione digitale ha sempre fatto nascere dispute e situazioni spiacevoli. Si, no? Troppo, poco? Giusto, sbagliato?
Certo, fossimo tutti dei tecnici eccelsi, dei maghi della fotografia, di elaborazione ci sarebbe ben poco bisogno. Ma per quanto mi riguarda sono ben lontano dal partorire una foto perfetta direttamente sulla pellicola. L'orizzonte mi pende sempre da un lato, sbaglio la messa a fuoco, sbaglio l'inquadratura, sbaglio l'esposizione non mi decido mai sul colore o bianco e nero, ecc.
Questi sono tutti errori che do per scontati da parte mia e che cerco di bilanciare in fase di scatto (piu scatti, bracketing, appoggiare la macchina, scattare in raw) che poi in postproduzione attraverso ritocchi "piccoli" ma necessari.
La prima cosa importante è scremare. Dei 20Gb di foto Raw che abbiamo scattato ce ne saranno si e no un decimo di foto che vale la pena lavorare subito. Io opero una prima scrematura con Digital Photo Professional (il programma fornito in bundle dalla canon) in cui segno le foto da buttare palesemente ovvero scatti neri, scatti bianchi, scatti ipermossi. La seconda scrematura va invece al contrario, sulle foto rimaste (quelle presumibilmente che se possono vedè ) segno le foto migliori e le foto di seconda scelta mentre lascio senza segno le foto che non rientrano in questi due canoni (nota: il sw che uso permette di marcare le foto con "1", "2" , "3", questo è il segnare a cui faccio riferimento). Da qui passo poi a scremare le prime scelte, specie se numerose. Controllo attentamente la messa a fuoco e, nelle foto simili tra loro, vado a fare una scelta su quale tenere e quale segnare come qualità minore.
Il risultato di questa scrematura è avere un sottoinsieme non troppo esteso ma qualitativamente a posto su cui lavorare per primo, fermo restando che una foto archiviata poi possiamo trattarla in qualsiasi momento.
A quel punto comincia il lavoro su ogni immagine.
Le cose che valuto per prime di solito sono composizione e colore.
Spesso, anzi sempre, scatto piu della composizione che volevo. Questo perchè mi conosco, so che nell'istante in cui premo l'indice l'inquadratura si inclinerà leggermente da un lato e si sposterà e dovrò compensare tagliando un po di foto. In più sono diversi anni che non scatto piu direttamente in bianco e nero ma che lascio questo processo alla postproduzione, per darmi la possibilità all'ultimo di tenere la foto anche o solo a colori. Questo è solitamente il momento in cui si forma o ritorna alla mente l'idea che voglio dare alla foto, una volta fissata questa nella mente il resto dell'elaborazione va spedito. Si parte con il ritaglio e l'eventuale rotazione dell'inquadratura. Nel caso avessi deciso di tenere la foto in bianco e nero andrò a valutare secondo quale filtro fare la trasformazione in bianco e nero. Parlo di filtro ma in realtà altro non è che una desaturazione preceduta da una modifica del colore che rispecchi il filtro che idealmente vorrei. Modifico le curve, accentuando i verdi e abbassando rossi e blu per dare una gradazione di grigio piu morbida, simile al filtro verde. O viro sul rosso per un maggiore contrasto, il bello è che posso scegliere cosa valorizzare a posteriori e facendo quanti tentativi voglio.
Nel caso del colore invece vado a operare sui livelli, curve e sulla tonalità del singolo colore. Un occhio particolare alla fine va rivolto alla maschera di contrasto che ci regala nitidezza.
L'importante in questi casi è restare realistici, confezionare un immagine sobria ed equilibrata, senza eccessi pacchiani o di cattivo gusto nell'elaborazione. Ciò che questa frase rappresenta per ognuno di voi lo dovrete cercare attraverso tentativi successivi e confronto con il prossimo [fine momento zen].
Una volta prodotte le nostre immagini finale che farne? Una cosa molto in voga è pubblicarle sui social network, sui siti di fotografia, sui forum di critica fotografica. L'unico consiglio che ho da darvi a riguardo è di non pubblicare mai l'originale ma solo copie piu piccole. Alcuni scelgono watermark o cornici con nome e cognome per tutelare in qualche modo la paternità ma la cosa essenziale è che l'immagine sia piccola, deteriorata rispetto all'originale, in modo che nessuno possa scaricarla e stamparla per i propri comodi.
Un oggetto molto carino da produrre per se e per gli amici (e per i posteri) è un fotolibro, raccolta cartacea vecchio stile che è possibile asseblare da soli senza troppe difficoltà grazie ai servizi offerti da diversi siti internet. Le belle foto stampate e rilegate fanno davvero la loro porca figura, credetemi.
Ultimo passo, forse il piu importante nella postproduzione, è l'archiviazione. E' importante conservare le foto, ed è importante farlo in maniera sistematica e sicura. Conservare le pellicole all'asciutto e al riparo dalla luce, catalogandole in maniera da poter ritrovare un set di foto anche tra 10 anni. Conservare i file digitali, su cd o su hard disk, catalogati in modo comprensibile e messi in luoghi sicuri al riparo dai piu. Fare una o due copie. Ricordate che mentre una pellicola resiste un minimo alle intemperie e rischia al massimo di farvi perdere 36 scatti, un supporto digitale con dentro 5 anni di scatti è potenzialmente soggetto a catastrofi (tipo: perdere 5 anni di foto in copia unica).
Bene, sono arrivato alla fine del discorso. Questo articolo in tre parti è stato scritto sulla falsariga di una conferenza che avevo preparato per il fotoclub di Padova e che in realtà non ho mai tenuto. Spero vi sia stata utile e non vi sia andata a noia, spero inoltre di vedere le vostre foto appese da qualche parte in bella mostra :)
Vostro,
Francesco
www.chiot.it
mercoledì 21 luglio 2010
Street & Travel Photography : seconda parte
[note to self: quando scrivi un articolo in due/tre parti, scrivilo comunque tutto insieme che poi non ti ricordi piu nulla]
Bentornati alla seconda parte dell'articolo sulla street photography
3° Puntata --> I "Come?"
-Il viaggio-
Sembrerà un argomento banale ma mi sento di discuterlo comunque con voi. Nella puntata precedente abbiamo fatto una veloce carrellata delle possibilità che possiamo avere in termini di attrezzatura. Ma come gestirla poi al di fuori di casa, magari in viaggio? Spesso, spessissimo dobbiamo scegliere cosa portare con noi, avendo a disposizione qualche kg e qualche decina di cm cubici di una valigia o un bagagliaio. Non esiste una regola d'oro per la scelta ma voglio illustrarvi velocemente il mio approcio al trasporto. Una reflex viene di solito assieme a un paio di obiettivi. Tolto cio che ci porteremo nel bagaglio a mano per fotografare durante il viaggio vero e proprio, ci resteranno probabilmente un paio di obiettivi e forse un corpo macchina. Ora, le valigie, gli zaini, i contenitori antiurto costruiti apposta per la fotografia sono molto carini e molto diffusi tra i fotoamatori di tutto il mondo ma non riscontrano il mio favore. Preferisco, per un trasporto aereo o in treno, annegare gli obbiettivi tra i calzini o tra le magliette, in modo che stiano fermi e ammortizzati. Costa molto meno. La destinazione poi, oltre a influenzare pesantemente la quantità e il tipo di vestiti che ci porteremo, influenza anche la logistica della nostra attrezzatura. Se le condizioni climatiche sono particolarmente avverse è necessario ricordarsi che la nostra attrezzatura soffre gli sbalzi di temperatura e umidità: se pensiamo di dover scattare in un clima diverso da quello in cui si trovavano gli obbiettivi un ora prima, è possibile che avremo dei problemi.
(esempio1: trovandomi a dover fare un servizio fotografico in una piscina termale a dicembre, lo sbalzo tra la temperatura del bagagliaio nelle ore di viaggio precedenti e i trenta gradi umidissimi del set hanno reso inutilizzabili tre lenti e due corpi macchina. Giornata salvata da un collega che era arrivato il giorno prima e che aveva gia superato il problema.)
(esempio2: per scatti in montagna, in esterno, i professionisti usano non portare l'attrezzatura al caldo in casa ma lasciarla in garage in una temperatura piu vicina a quella in cui viene utilizzata durante il giorno, esponendo al caldo solo le schede di memoria per poter lavorare di sera)

Portare le pellicole da casa ha i suoi pro e contro. Da un lato garantisce la qualità di cio che ti porti dietro (è tuo, l'hai comprato e conservato tu) dall'altro risulta piuttosto inutile nei viaggi aerei in quanto i raggiX del controllo bagaglio rovinano le pellicole.
Per contro, quando se ne ha la possibilità in un hotel o comunque uno spazio chiuso sorvegliato, è possibile scegliere qualcosina in piu del necessario, e tenerselo da parte per quando si presenta la voglia. Tipo un fisheye, dei flash, una fidanzata.
Ed eccoci in location!
Dopo un agevole volo low cost con piacevolissimi voli d'aria e applauso finale di pessimo gusto, dopo mezz'oretta di metropolitana e dieci minuti di stanca camminata con valigia, una cena veloce e una notte ristoratrice, eccoci in partenza dal nostro quartier generale, ostello albergo catapecchia che sia: è il momento di fare un piano per la giornata.
Viaggiare in gruppo è bello ma a meno di non essere in una gita fotografica
Nel caso ci mancasse, per un motivo o per l'altro, l'ispirazione su cosa scattare, ho tratto molto insegnamento da un'affermazione di un fotografo israeliano di nome Gilad Benari; lui sostiene che, quando non si sa che fare, basta affidarsi al tempo:
una bella giornata di sole dal cielo azzurro vuoto da nuvole può essere buona per l'umore ma pessima per i paesaggi, meglio quindi scendere in città dove i palazzi che incorniciano il cielo rendono meno pesante l'assenza di nuvole; la pioggia regala ovunque pozzanghere che riflettono l'ambiente circostante e dona alla natura dei colori molto intensi e saturi accentuati spesso da atmosfere drammatiche nel cielo (o, piatte se abbiamo 'fortuna').
Di nuovo probabilmente faremo una borsa, uno zaino o simili con dentro una macchina fotografica, magari dell'acqua, magari delle pellicole o schede di memoria di ricambio, tenendo conto che di schiena ne abbiamo una e senza ricambio. Magari dei calzini e un ombrello, dovesse piovere, vostra madre avrà consigli migliori dei miei a riguardo.
Io generalmente giro per le città alternativamente a piedi o in metropolitana (ove non fosse possibile, in autobus). Il trasporto privato quando sono in viaggio non mi da niente di piu e anzi mi costringe a grossi pensieri e grattacapi sulla via da prendere, i parcheggi e tutte le normative collegate, solitamente scritte in una lingua che capisco quanto l'aramaico.
Cosa scattare. Beh non posso certo dirvelo io, come avrete capito dall'articolo precedente non ci sto tanto a pensare sopra ma tende a venirmi istintivo e naturale, il mio consiglio è sempre di essere sinceri con se stessi e con cio che si sente e prova.
Quello di cui posso parlarvi, però è la tecnica di scatto.
Di tecniche utili spesso nell'ambito street ce ne sono, al di la della tecnica creativa che ognuno usa è bene conoscerle; di norma si basano sul concetto di "rapidi e invisibili".

L'iperfocale.
Se la distanza focale è la distanza minima tra noi e ciò che è a fuoco dato il diaframma che stiamo usando, se la profondità di campo è quanto, quanta distanza sarà a fuoco effettivamente attorno alla distanza che abbiamo impostato, l'iperfocale è trarre vantaggio da queste informazioni per impostare a priori un diaframma e una distanza focale che ci siano utili, per poi non doverlo fare al momento dello scatto.
Spesso, cioè a volte, sui nostri obiettivi vicino alla finestrella della messa a fuoco ci sono delle lineette che indicano, a un dato diaframma, quale distanza sia effettivamente (circa) a fuoco. Teniamo conto delle nostre esigenze poi, se siamo in città a fotografare situazioni con un 35mm magari, potrebbe servirci che sia a fuoco una distanza generica tra i tre e i dieci metri, difficilmente ci servirà il metro e difficilmente ci servirà l'infinito. Decidere e impostare queste esigenze a priori significa utilizzare correttamente il concetto di iperfocale.
Scattare senza portare la macchina al viso (o, senza toccarla)
Se l'iperfocale è un modo per velocizzare lo scatto e cogliere piu velocemente un momento, a volte può rivelarsi utile o necessario scattare senza far capire che lo si sta facendo, senza portare la macchina al viso. Molti maestri prima di noi hanno usato la tecnica dello scattare da terra, facendo finta di allacciarsi le scarpe. Un altro modo, ora che è normale girare a con una fotocamera appesa a una spalla o al collo, è scattare senza spostarla. Avendola sul fianco, la nostra mano potrà avvicinarsi allo scatto come se dovesse sistemare la cinghia sulla spalla, e scattare. Problemi? L'inquadratura, la messa a fuoco, la regolazione di tempi e diaframmi. Insomma: Tutto :) (per la messa a fuoco, questa tecnica si completa benissimo con l'iperfocale, che però non aiuta nell'inquadratura, quella bisogna fare "ad occhio"). Se invece ci piace portare la nostra bella macchina fotografica appesa al collo e appoggiata alla pancia, può venir comodo uno scatto remoto, un telecomando a cavo da tenere in tasca.. Inoltre inquadrare può essere relativamente piu facile, visto che possiamo farlo mettendoci semplicemente di fronte. Occhio alle figure barbine, se anche non si vede la mano sul pulsante di scatto, il suono dello specchio è sempre udibile.
La botta di culo
Tecnica tra le piu utilizzate. Lasciate la macchina impostata su raffica e autofocus automatico. Estraete velocemente, inquadrate circa, scattate a raffica finchè si puo e poi scappate. A volte funziona :)
Ora sapete come tornare a casa con un HD pieno di foto da sistemare, catalogare, usare. Nel prossimo articolo vi darò un paio di idee sulla post produzione, sull'organizzazione e archiviazione.
martedì 20 luglio 2010
ad ogni obbiettivo, la sua profondità!
Credo che a tutti noi, dal primo giorno che abbiamo impugnato la nostra prima reflex, ci sia stato detto che giocando sull'apertura si agisce sulla profondità di campo.Ergo, ritratto = diaframma aperto, paesaggio = diaframma chiuso, ma è tutto qui ciò che c'è da sapere? E come faccio a sapere se il mio obbiettivo va bene per la foto che voglio scattare? Ok, vediamo se riusciamo a fare un po' di luce su questa storia...
La profondità di campo, esulando per un istante dalle varie regole attinenti all'iperfocale, non è una misura fissa ma bensì una proporzione in cui entrano in gioco:
- il diaframma(in formula di), ovvero il grado di apertura del nostro obbiettivo;
- la lunghezza focale(in formula lf), ovvero il tipo di obbiettivi utilizzato;
- la distanza(in formula ds) dal nostro soggetto;
- il diametro del circolo di confusione(in formula cc), ovvero quanto sarà definito il nostro scatto.
Tutti e quattro questi fattori, abbinati tra loro, ci permettono di calcolare l'effettiva "zona di fuoco" posta intorno al nostro soggetto. Ma come possiamo calcolare questa zona? come possiamo capire da quale distanza il nostro obbiettivo ci permetterà di ottenere un bel bokeh? Vediamo se riusciamo a costruirci con pochi, e soprattutto semplici, passaggi un ottimo strumento per i nostri calcoli.
Il Circolo di Confusione
Partendo dal meno noto dei nostri quattro parametri, ovvero dal circolo di confusione(dalla dimensione dei cerchietti che, sovrapponendosi, producono la sensazione di sfuocato di fronte ai nostri occhi) possiamo dire dipendere dal formato da noi utilizzabile messo in relazione con la lunghezza focale dell'obbiettivo utilizzato, per quanto riguarda le reflex digitali possiamo semplificare il nostro conteggio considerandolo come:[cc] = [lf] / 1000
Da ciò possiamo dedurre che su di un 18mm sarà quindi 0,018mm, mentre su di un 300mm arriverà ad essere addirittura di 0,3mm! Avendo a questo punto tutti i nostri parametri, possiamo passare alla parte più rognosa, ovvero la matematica...
Il nostro problema
Iniziamo con il darci qualche dato, giusto per vedere che tutto funzioni, nello specifico faremo finta di lavorare con un bellissimo 50mm con un f a 2.8 a 5 metri dal soggetto, ovvero il classico caso del ritratto in primo piano. Sapendo che la distanza iperfocale(in formula ip) si calcola con la formula:
[ip] = (([lf] * [lf]) / ([di] * [cc])) / 1000
possiamo così sostituire i nostri dati ed ottenere:
? = ((50mm * 50mm) / (2,8 * 0,05)) / 1000
arrivando così a sapere che la nostra è di ben 17,86!
A questo punto con altre due formulette possiamo tranquillamente calcolarci il punto prossimo(pp in formula) e quello remoto(pr in formula) della nostra nostra profondità di campo, ovvero:
[pp] = ([ip] * [ds]) / ([ip] + [ds]) e [pr] = ([ip] * [ds]) / ([ip] - [ds])
ovvero
? = (17,86 * 5) / (17,86 + 5) e ? = (17,86 * 5) / (17,86 - 5)
Dalla sottrazione di questi due punti otteniamo la nostra reale profondità di campo, ovvero in quanti metri di "fuoco" è immerso il nostro soggetto, che per i dati che abbiamo utilizzato è di ben 3,04 metri, ovvero soggetto staccato dallo sfondo ma non in modo fantastico...
...sarà il caso di avvicinarci un altro po'...
Qualche considerazione
Giocando un po' con le formule che abbiamo appena visto si riesce ad ottenere la tabella qui a seguito, calcolata stando ad un metro dal soggetto(di solito anche gli obbiettivi più scarsi arrivano al massimo a 90cm di minima distanza di messa fuoco):| f1,4 | f2,8 | f3,5 | f5,6 | f11 | f22 | |
| 18mm | 0,16m | 0,32m | 0,4m | 0,69m | 1,95m | - |
| 50mm | 0,06m | 0,11m | 0,14m | 0,23m | 0,46m | 1,9m |
| 80mm | 0,04m | 0,07m | 0,09m | 0,14m | 0,28m | 0,59m |
| 300mm | 0,01m | 0,02m | 0,02m | 0,04m | 0,07m | 0,15m |
Se la guardate bene potete notare come un obbiettivo 18mm impostato ad un f22 tenda ad infinito già da un metro di distanza, mentre invece un 300mm ottenga quindici centimetri scarsi da quella distanza!
Non sono un grande matematico(e credo con questo articolo di averne dato prova), per questo ho cercato di esprimere tali formule nel modo più lineare possibile, così che possiate copiarle in un bel file Excel ed usarle in modo facile e veloce, per cui forza, sperimentate!
Buona luce a tutti!
martedì 13 luglio 2010
La regola dei terzi: questa sconosciuta.
Il titolo è ovviamente ironico: qualsiasi fotografo che non ami solo sentire fare “click!” alla macchina fotografica sa che cosa è la regola dei terzi. Ma io sono all’inizio del mio imparare e ho bisogno di conoscere le regole per poterle infrangere. E questa è una base.
La regola dei terzi non nasce con la fotografia, ma con la pittura e non è altro che il posizionamento del soggetto in uno dei punti di incrocio delle linee di forza ottenute dividendo la foto, appunto, in terzi. L’immagine così ottenuta è più armoniosa nel suo insieme e ha un impatto maggiore rispetto alla classica foto con il soggetto nel mezzo. Decentrare il soggetto lo fa risaltare, gli da importanza dato che il nostro occhio è guidato nell’osservazione di queste linee.
Le linee di forza sono due verticali e due orizzontali equidistanti tra di loro e dai bordi dell’immagine. Gli incroci di queste linee (e di conseguenza anche le diagonali che passano da questi punti sono linee di forza) creano i punti focali che vengono utilizzati nella composizione dell’immagine (probabilmente, nella vostra macchina fotografica c’è l’opzione per far apparire questo “reticolato” nel live view).
La regola dei terzi si basa sul concetto greco di sezione aurea, ma nella realtà dei fatti, questa regola è solo un’approssimazione della sezione aurea (di cui parleremo un'altra volta per mia fortuna).
Un paio di foto, però, spiegheranno meglio quello che tento di dire a parole.

Nella prima foto il soggetto è centrato, ha molto spazio intorno a se, è ben definito, ma la foto risulta "vuota" proprio perchè il soggetto è nel centro. Invece, nella seconda, lo stesso soggetto è stato posizionato in un punto di forza della foto (in questo caso, in basso a destra) e l’occhio è guidato nella sua direzione, lo sguardo “cade” verso il soggetto naturalmente.
Per capire ancora meglio questa regola, fotografate.
Prendete il più banale degli oggetti, posizionatelo su un tavolo e fotografatelo per ogni singolo punto focale della foto. Poi, confrontate le immagini. Notate la differenza, l’importanza che assume se posizionato il soggetto nell’incrocio di una linea di forza?
Conoscere la regola dei terzi aiuta chi fotografa a guardare il mondo con un occhio differente e a comporre l’immagine in modo migliore e a capire anche quando si può fare a meno di usarla.
La regola dei terzi non nasce con la fotografia, ma con la pittura e non è altro che il posizionamento del soggetto in uno dei punti di incrocio delle linee di forza ottenute dividendo la foto, appunto, in terzi. L’immagine così ottenuta è più armoniosa nel suo insieme e ha un impatto maggiore rispetto alla classica foto con il soggetto nel mezzo. Decentrare il soggetto lo fa risaltare, gli da importanza dato che il nostro occhio è guidato nell’osservazione di queste linee.

Le linee di forza sono due verticali e due orizzontali equidistanti tra di loro e dai bordi dell’immagine. Gli incroci di queste linee (e di conseguenza anche le diagonali che passano da questi punti sono linee di forza) creano i punti focali che vengono utilizzati nella composizione dell’immagine (probabilmente, nella vostra macchina fotografica c’è l’opzione per far apparire questo “reticolato” nel live view).
La regola dei terzi si basa sul concetto greco di sezione aurea, ma nella realtà dei fatti, questa regola è solo un’approssimazione della sezione aurea (di cui parleremo un'altra volta per mia fortuna).
Un paio di foto, però, spiegheranno meglio quello che tento di dire a parole.

Nella prima foto il soggetto è centrato, ha molto spazio intorno a se, è ben definito, ma la foto risulta "vuota" proprio perchè il soggetto è nel centro. Invece, nella seconda, lo stesso soggetto è stato posizionato in un punto di forza della foto (in questo caso, in basso a destra) e l’occhio è guidato nella sua direzione, lo sguardo “cade” verso il soggetto naturalmente.

Per capire ancora meglio questa regola, fotografate.
Prendete il più banale degli oggetti, posizionatelo su un tavolo e fotografatelo per ogni singolo punto focale della foto. Poi, confrontate le immagini. Notate la differenza, l’importanza che assume se posizionato il soggetto nell’incrocio di una linea di forza?
Conoscere la regola dei terzi aiuta chi fotografa a guardare il mondo con un occhio differente e a comporre l’immagine in modo migliore e a capire anche quando si può fare a meno di usarla.
martedì 6 luglio 2010
fotografia come creazione o semplice furto?
Riflettendo su di una delle argomentazioni vecchie quanto la fotografia stessa, classico discorso preso e lasciato mille volte assieme a tremila persone, mi imbatto di nuovo su di un articolo che credo sia d’obbligo di conoscenza, almeno come controcanto di tanti altri cori di quello stesso periodo.
L'avventura della fotografia comincia con i primi tentativi dell'uomo di trattenere un'immagine che egli aveva imparato a formare da lunga data(e senza dubbio gli astronomi arabi utilizzavano la camera oscura già nel XI secolo per osservare le eclissi di sole). Questa duratura familiarità con l'immagine così ottenuta, e l'andamento del tutto oggettivo, e per così dire automatico, strettamente meccanico in ogni caso, del metodo di registrazione spiega come la rappresentazione fotografica potesse sembrare generalmente andar da sé ed anche il non prestare attenzione al suo carattere arbitrario, altamente elaborato[...]. Si dimentica però che l'immagine di cui i primi fotografi hanno preteso di appropriarsi, e l'immagine latente che essi hanno saputo rivelare e sviluppare, queste immagini non hanno nessun elemento genuino; poiché i principi che stanno alla base della realizzazione di un apparecchio fotografico - e anche alla costruzione della camera oscura - sono legati ad una nozione convenzionale di spazio e d'oggettività, che è stata elaborata preliminarmente all'invenzione della fotografia e alla quale i fotografi, nella grande maggioranza, non hanno fatto altro che conformarsi. L'obbiettivo stesso, di cui si sono accuratamente corrette le "aberrazioni" e raddrizzati gli errori, questo obbiettivo non lo è tanto quanto sembra; diciamo che soddisfa, per la sua struttura e per l'immagine ordinata del mondo che permette d'ottenere, ad un sistema di costruzione dello spazio particolarmente familiare, ma già stravecchio e tarlato, al quale la fotografia avrebbe conferito molto in là un ritorno d'attualità insperato.Buona luce a tutti!
Cinq notes pour une phénoménologie de l'image photographique, Hubert Damish, 1963
mercoledì 23 giugno 2010
Itten: contrasto sì, ma di qualità
...la capacità di vivere un oggetto è una facoltà spirituale.
Se essa si riferisce, in primo luogo, a fenomeni grossolanamente di tipo materiale, l'esperienza viene vissuta dai sensi fisici; se invece, in secondo luogo, si riferisce a fenomeni spirituali, più impalpabili, sono allora i sensi spirituali a viverla...
Così scriveva nel '62 Wingler nel suo "Il Bauhaus"(edito in Italia da Feltrinelli per la collana Campi del Sapere), nelle righe successive, sempre Wingler, afferma che la percezione delle forme implica l'essere mossi, e già la sensazione più lieve è una forma che irraggia movimento, da qui nasce l'idea di contrasto come mezzo di rappresentazione, o se preferite innalzamento, del concetto.
Ma cos'è il contrasto(simbolico) in fotografia? Un contrasto cromatico forse? Geometrico? Puramente concettuale? In che modo poter evidenziare il soggetto(o il concetto) della fotografia in modo che si stagli univocamente dallo sfondo?
In realtà questo è un argomento volutamente annusato e sorvolato nei miei ultimi post ma, proprio perché d’importanza fondamentale, vorrei ora riprenderlo un attimo nel tentativo di strigarlo un po'(tutto sarebbe difficile nel tentativo di rimanere sotto le 600 pagine...) con qualche concetto basilare e un esercizio pratico.
Partiamo un attimo da un’idea, da un concetto che deve essere fondamentale(per non dire vitale) nel prendere in mano la nostra reflex(od anche compatta), la fotografia è un mezzo di espressione, un metodo, un alfabeto composto di particolarissimi glifi quali l'inquadratura, il taglio della foto, le impostazioni Iso, la disposizione della luce, il bilanciamento del bianco, il Bokeh, il decentramento del fuoco e tanti altri.
La fotografia non è altro che uno strumento per la rappresentazione del nostro pensiero, e la comprova di ciò sta nel vostro aver già notato come le foto mutino al cambiare del vostro stato umorale: i toni virano, i soggetti interessanti cambiano, i momenti ci chiamano a prendere la macchina in mano o a lasciarla sulla mensola accanto all'ingresso.È proprio in questa ricerca di strumenti e simboli che incrociamo un nome, un nome importantissimo che ha segnato, volontariamente o involontariamente, una tra le più grandi scuole di arte e architettura di tutti i tempi, la Staatliches Bauhaus.
Estate del 1919, la Baviera da pochi mesi si è staccata dalla Germania e, alla Bauhaus si presenta un giovane insegnante svizzero, Johannes Itten, Gropius gli ha appena assegnato il “semestrale” obbligatorio per accedere alla scuola. Viene da Suedernlinden e dopo essere diventato maestro elementare, ha passato gli ultimi anni a Stoccarda come allievo di Hölzel ma, quello che è davvero importante, è un mazdaznaniano, quello che oggi chiameremmo un neo-zoroastrista per capirci, il suo credo religioso gli impone di osservare e cambiare il mondo così da renderlo un giardino dove Dio e uomo possano vivere insieme perché “l’uomo è in Dio e Dio è nell’uomo”. È su questa sua idea che basa il corso e il suo metodo d’insegnamento, ovvio dirsi che i suoi esercizi, anche se nati per la pittura, sono facilmente adattabili alla fotografia(ci riesco addirittura io!), e allora perché non iniziare dal suo esercizio più rilevante:
1 - La Conoscenza
La prima parte dell’esercizio di Itten può essere tradotta nella realizzazione di 24 scatti(sì, 24 e non di più, esercizio fondamentale per non trasformarci in dei cineasti) suddivisi in 12 coppie di foto ritraenti a confronto dei forti contrasti. Siete liberi di scegliere qualunque genere di contrasto vi venga in mente, che esso sia di tipo contenutistico o formale, potrà essere un contrasto cromatico, numerico o anche socioculturale. Nel caso poi vi manchino idee, vi riporto qui a seguire qualche contrasto individuato durante le lezioni di Itten: grande/piccolo, alto/basso, tanto/poco, orizzontale/verticale, staticità/movimento, leggero/pesante, liquido/solido, silenzio/rumore.
2 - La Valutazione
Una volta realizzate le 12 coppie, lasciatele fermentare per un paio di giorni, lo so che sareste impazienti di passare subito alla fase due, ma non siamo tutti uguali e ad alcuni di noi una mezza giornata di svago permetterà di vedere meglio il suo stesso occhio.
3 - La Sintetizzazione
A questo punto utilizzate i rimanenti 12 scatti del nostro rullino(24 + 12 = 36… …ebbene sì, ho pensato anche a voi amici del chimico…) cercando di produrre uno scatto per ogni coppia, un singolo click capace di unire i punti di forza, i concetti delle due foto precedenti.
Ricordate che più sarà evidente il contrasto, maggiore sarà la vostra capacità di sintetizzarlo, e maggiore sarà la capacità della nostra foto di comunicare, proprio per questo Itten “l’ascetico” pretendeva dai suoi studenti un’analisi del mondo da tre precisi punti di vista: quello della sperimentazione sensoriale(punto 1 del nostro esercizio), quello della comprensione razionale(espresso sia nella ricerca del soggetto durante il punto 1, che nel punto 2 riflettendo sul lavoro svolto) e in ultimo quello della rappresentazione sintetica(punto 3), unico metodo secondo lui per liberare la propria energia e dirigerla in modo simbolico/rappresentativo verso immagini od oggetti.
Fu per questa forza espressiva, questa capacità di sintetizzare l’immagine in punti chiave da facile lettura che il suo metodo divenne talmente rinomato da sopravvivergli anche dopo il suo distacco dalla Bauhaus del 1923.
Undici anni più tardi la sua religione venne vietata dal Terzo Reich perché troppo pacifista.
Buona luce a tutti!
3 - La Sintetizzazione
A questo punto utilizzate i rimanenti 12 scatti del nostro rullino(24 + 12 = 36… …ebbene sì, ho pensato anche a voi amici del chimico…) cercando di produrre uno scatto per ogni coppia, un singolo click capace di unire i punti di forza, i concetti delle due foto precedenti.
Ricordate che più sarà evidente il contrasto, maggiore sarà la vostra capacità di sintetizzarlo, e maggiore sarà la capacità della nostra foto di comunicare, proprio per questo Itten “l’ascetico” pretendeva dai suoi studenti un’analisi del mondo da tre precisi punti di vista: quello della sperimentazione sensoriale(punto 1 del nostro esercizio), quello della comprensione razionale(espresso sia nella ricerca del soggetto durante il punto 1, che nel punto 2 riflettendo sul lavoro svolto) e in ultimo quello della rappresentazione sintetica(punto 3), unico metodo secondo lui per liberare la propria energia e dirigerla in modo simbolico/rappresentativo verso immagini od oggetti.
Fu per questa forza espressiva, questa capacità di sintetizzare l’immagine in punti chiave da facile lettura che il suo metodo divenne talmente rinomato da sopravvivergli anche dopo il suo distacco dalla Bauhaus del 1923.
Undici anni più tardi la sua religione venne vietata dal Terzo Reich perché troppo pacifista.
Buona luce a tutti!
lunedì 21 giugno 2010
Bokeh creativo!
Si sa, a me piacciono gli articoli cazzata.
E mi diverte fare piccoli esperimenti con la macchina fotografica.
Oggi vi spiego come realizzare un bokeh creativo.
Partiamo dal principio però: che cos’è il bokeh?
Il bokeh non è altro che la resa dello sfuocato, cioè giocando con la capacità dell’obbiettivo di mettere a fuoco bene solo un piano dell’immagine, si sfrutta la maggiore o minore sfocatura del resto dei piani (ovvero la profondità di campo) per far risaltare quello che è considerato il soggetto. Ovviamente in ballo c’è il tipo di obbiettivo montato (il numero di lamelle di cui è composto determina la forma più o meno arrotondata del bokeh), ma un’apertura di diaframma molto larga aiuta ad avere sempre una resa dello sfuocato incisiva per la foto stessa.
Perché e dove “utilizzare” il bokeh?
Il bokeh (più o meno) è sempre presente e come già detto prima, serve a far risaltare quello che è il soggetto nell’immagine. Nelle foto in cui ci sono insetti&fiori, ritratti un po’ fuori dall’ordinario, piccoli oggetti, particolari del corpo umano, ecc. ecc. è perfetto per avere poca profondità di campo e maggiore definizione sul soggetto.
Queste due foto, ne sono un esempio.


La poca profondità di campo della seconda foto mette in rilievo l'accendino staccandolo dal resto dell'immagine e rendendolo il soggetto principale della foto. Nella prima immagine questo non accade perchè lo sfondo è maggiormente definito e l'occhio si perde nel guardarlo.
Ma ora passiamo alla parte per me divertente, produrre un bokeh creativo!
Vi serviranno:
- una macchina fotografica (ma va?!);
- un cavalletto può essere utile;
- cartoncino nero;
- forbici e temperino;
- un po’ di scotch;
- le luci giuste (le luminarie di natale sono perfette).

Ritagliate un disco della grandezza del vostro obbiettivo dal cartoncino nero. State attenti però, a non farlo più piccolo, semmai abbondante un po’ perchè la luce non deve filtrare dai lati. Poi, ritagliate al centro la sagoma che volete creare nel bokeh (cuore, piramide, macchinina, albero di natale, ufo, ecc…). Non esagerate nel ritagliare! La porzione che portate via dal cartoncino deve essere su per giù la metà dell’obbiettivo (fate un po’ di prove per vedere qual è la giusta misura). Attaccate sull’obbiettivo il cartoncino con lo scotch e piazzate le luci nello sfondo della vostra foto, ben lontane dal soggetto (che però dovrà essere un minimo illuminato). Ovviamente, meno luce è presente nella stanza, più le luci che state utilizzando per creare il bokeh saranno definite.
Infine, click!

Anche questa è una tecnica piuttosto semplice, però può produrre un effetto simpatico che può dare un pò di vita alla più banale delle foto.
E mi diverte fare piccoli esperimenti con la macchina fotografica.
Oggi vi spiego come realizzare un bokeh creativo.
Partiamo dal principio però: che cos’è il bokeh?

Il bokeh non è altro che la resa dello sfuocato, cioè giocando con la capacità dell’obbiettivo di mettere a fuoco bene solo un piano dell’immagine, si sfrutta la maggiore o minore sfocatura del resto dei piani (ovvero la profondità di campo) per far risaltare quello che è considerato il soggetto. Ovviamente in ballo c’è il tipo di obbiettivo montato (il numero di lamelle di cui è composto determina la forma più o meno arrotondata del bokeh), ma un’apertura di diaframma molto larga aiuta ad avere sempre una resa dello sfuocato incisiva per la foto stessa.
Perché e dove “utilizzare” il bokeh?
Il bokeh (più o meno) è sempre presente e come già detto prima, serve a far risaltare quello che è il soggetto nell’immagine. Nelle foto in cui ci sono insetti&fiori, ritratti un po’ fuori dall’ordinario, piccoli oggetti, particolari del corpo umano, ecc. ecc. è perfetto per avere poca profondità di campo e maggiore definizione sul soggetto.
Queste due foto, ne sono un esempio.


La poca profondità di campo della seconda foto mette in rilievo l'accendino staccandolo dal resto dell'immagine e rendendolo il soggetto principale della foto. Nella prima immagine questo non accade perchè lo sfondo è maggiormente definito e l'occhio si perde nel guardarlo.
Ma ora passiamo alla parte per me divertente, produrre un bokeh creativo!
Vi serviranno:
- una macchina fotografica (ma va?!);
- un cavalletto può essere utile;
- cartoncino nero;
- forbici e temperino;
- un po’ di scotch;
- le luci giuste (le luminarie di natale sono perfette).

Ritagliate un disco della grandezza del vostro obbiettivo dal cartoncino nero. State attenti però, a non farlo più piccolo, semmai abbondante un po’ perchè la luce non deve filtrare dai lati. Poi, ritagliate al centro la sagoma che volete creare nel bokeh (cuore, piramide, macchinina, albero di natale, ufo, ecc…). Non esagerate nel ritagliare! La porzione che portate via dal cartoncino deve essere su per giù la metà dell’obbiettivo (fate un po’ di prove per vedere qual è la giusta misura). Attaccate sull’obbiettivo il cartoncino con lo scotch e piazzate le luci nello sfondo della vostra foto, ben lontane dal soggetto (che però dovrà essere un minimo illuminato). Ovviamente, meno luce è presente nella stanza, più le luci che state utilizzando per creare il bokeh saranno definite.
Infine, click!

Anche questa è una tecnica piuttosto semplice, però può produrre un effetto simpatico che può dare un pò di vita alla più banale delle foto.
mercoledì 16 giugno 2010
Wildlife & Nature Photography
Wildlife Photography, o se preferite la fotografia faunistica, da sempre uno tra i generi più complessi ed attraenti su cui uomo si sia cimentato, questo non solo perchè prevede una forte padronanza della composizione ma anche la conoscenza diretta del soggetto fotografato e delle sue abitudini.
Ore ed ore immerso fino al collo nelle condizioni climatiche più avverse, caricato da qualunque animale abbia almeno due zampe(ed in questa lista riesco ad annoverare anche scoiattoli) per poi arrivare la sera a casa e rendersi conto che metà dell’attrezzatura è da buttare, e tre quarti delle foto non rendono come avremmo voluto.
E allora? Perché continuare a darsi cruccio? Per poter spiare i nostri cugini animali ed ammirare quell’unica foto che veramente è venuta bene, quella che ci ricorda che un tempo anche noi eravamo come loro, liberi, senza giacche e costrizioni, capaci di poter dire vaffan***ulo a chi ci faceva girare le palle anziché stringere i denti per il bene placido del buon vivere.
Per questo continuiamo ad alzarci presto la mattina e spingerci ad ore ed ore di camminate per boschi e foreste, e per questo non smetteremo mai di farlo.
A questo punto però vediamo di fare i bravi, come i miei colleghi scrittori, ed iniziare a dare qualche consiglio pratico, giusto per essere certi di non lasciare andare la propria macchina fotografica(e qualche schiera di santi) alla deriva nel primo fiume sul nostro percorso…
Ore ed ore immerso fino al collo nelle condizioni climatiche più avverse, caricato da qualunque animale abbia almeno due zampe(ed in questa lista riesco ad annoverare anche scoiattoli) per poi arrivare la sera a casa e rendersi conto che metà dell’attrezzatura è da buttare, e tre quarti delle foto non rendono come avremmo voluto.E allora? Perché continuare a darsi cruccio? Per poter spiare i nostri cugini animali ed ammirare quell’unica foto che veramente è venuta bene, quella che ci ricorda che un tempo anche noi eravamo come loro, liberi, senza giacche e costrizioni, capaci di poter dire vaffan***ulo a chi ci faceva girare le palle anziché stringere i denti per il bene placido del buon vivere.
Per questo continuiamo ad alzarci presto la mattina e spingerci ad ore ed ore di camminate per boschi e foreste, e per questo non smetteremo mai di farlo.
A questo punto però vediamo di fare i bravi, come i miei colleghi scrittori, ed iniziare a dare qualche consiglio pratico, giusto per essere certi di non lasciare andare la propria macchina fotografica(e qualche schiera di santi) alla deriva nel primo fiume sul nostro percorso…
Attrezzatura, ovvero: cosa metto nello zaino
Non sto nemmeno a dirlo che questo è un genere di fotografia che non si pratica con la compatta, è però necessario precisare che non si pratica nemmeno con un 1200mm in piombo o ghisa, ricordatevi sempre che di collo ne avete uno, quindi scarpe comode, obbiettivi leggeri.
Diciamo che un 300mm od un 200mm con moltiplicatore di focale potrebbero essere la scelta più adatta se avete un buon corpo reflex, ricordatevi però se cadrete sul moltiplicatore lo spiacevole inconveniente della carenza di luce in camera.
Ancora meglio poi se potete permettervi una bridge(o Prosumer che dir si voglia) facendo però attenzione che sia buona e tenendola al riparo dal sole quando non è in uso.
Spesso i circuiti risentono del caldo e nell’ultimo viaggio fatto con la mia compagna ho potuto ammirare io stesso una macchina fotografica impazzita mangiare tutte le distanze mettendo a fuoco lo sfondo di ogni scena.
Alla scelta su dove appoggiare la nostra macchina vincerà senza dubbio un piccolo cavalletto tascabile, meglio se avete a disposizione uno di quelli che si annodano un po’ dappertutto, altri stativi non vi servirebbero a nulla rischiando solo di impacciarvi.
Flash? No grazie, lasciate perdere di rompere le scatole alla natura, abbiate semmai la pazienza di attendere due minuti o di percorrere qualche metro in più, alla base della fotografia naturalistica impera la conservazione, cerchiamo di applicare questo pensiero in ogni scatto che produrremo.
Zaino o borsa? Sicuramente zaino, da tenere rigorosamente su due spalle, se fate come me, partendo con solo il GPS e la cartografia in tasca, sarà necessario essere sicuri che sia impermeabile, aggiungendo anche un paio di sacchetti di plastica all’interno di qualche tasca, fidarsi è bene ma…
Infine per quanto riguarda filtri ed altri ammennicoli, ricordatevi che siamo nel mondo del digitale, fatto salvo un polarizzatore circolare ed un close-up(se il vostro obbiettivo non fosse macro) il resto lo lascerei a casa, vedrete che alla fine di quell’ultima pettata avrete ancora il fiato residuo per ringraziarmi.
Dove e quando
Iniziamo con il dire quando: purtroppo mai tardi, gli animali non vanno in discoteca e tantomeno a bere, preferiscono evitare le ore calde della giornata, tendono invece ad aggirarsi in cerca di cibo ed acqua all’alba ed al tramonto(non parlo di notte per ovvi motivi esposimetrici) questo ovunque si trovino, ciò vi costringerà ad alzate alle prime luci dell’alba se non prima, vi renderete però presto conto che l’arrivare sul campo all’alba massimizzerà il tempo a vostra disposizione oltre che il vostro sforzo, portare l’attrezzatura senza troppa calura non ha prezzo.
Per il dove invece la questione si fa più torbida, consiglio sicuramente una serie di uscite, una sola sarebbe fortuna, ottimo chiedere a chi già conosce la zona se ne avete modo, in boscaglia sicuramente saranno da osservare i corsi dei torrenti, o qualunque ambiente in cui gli animali vadano a rilassarsi anche se sconsiglio caldamente i mesi delle cucciolate, verrebbero ottimi scatti ma i rischi, in particolare con animali come i cinghiali, sarebbero altissimi.
Un ottimo posto dove fare pratica di composizione è sicuramente lo zoo, qui gli animali posano, e spesso e volentieri lo fanno consapevolmente in attesa di una lauta ricompensa sotto forma di cibo.
Attenti allo stomaco però, a parte che in rari casi quest’ultima scelta di porterà a vedere animali non al massimo delle condizioni, malattie, spazi angusti ed habitat non studiati a dovere si trovano spesso, anche in zoo rinomati e di fama internazionale, poche settimane fa ho avuto modo di assistere ad una gabbia di orsi in cui nessuno aveva pensato che sotto questo termine si raccolgono molte specie, spesso nemiche per natura tra di loro, con gli ovvi risultati che ci potremmo immaginare.
Ed ora? Come lo inquadro?
Spesso si sente dire(ed ancora di più si legge) che quello che fa di una foto un bello scatto è il punto di vista alternativo, nulla di più vero, perché dovrei pagare per qualcosa che vedo tutti i giorni? La normalità rischia spesso, se non ancorata a differenti chiavi di lettura, di sfociare in banalità, ricordiamoci però che in questo genere di fotografia il soggetto è già totalmente alieno alla nostra specie,proprio per questo spesso cerco di comporre osservando e cercando similitudini e parallelismi con il nostro quotidiano, atteggiamenti analoghi, azioni, scene a cui la parola potrebbe dare l’ultimo tassello portando l'inconsuetudine in un nuovo ordinario punto di vista.
A parte questa personalissima notazione percettiva, evitate composizioni troppo strette se non sono di dettaglio, ma senza disperdere il soggetto in chilometri e chilometri di verde natura, date spazio di fronte al soggetto(mai dietro) ma permettendo allo spettatore di ricostruire lui, nella sua fantasia, il paesaggio mancante.
Attenzione allo sfondo, cercate di usare diaframmi larghi(cioè numeri piccoli), una ridotta profondità di campo cancellerà le tracce antropiche, i pali della luce ed anche l’inserviente, se avete optato per impratichirvi allo zoo, trasformando le vostre prove in uno stupendo reportage fotografico dalla savana.
Questo vale anche per gruppi di animali, cercate di sfruttare la tecnica dell’iperfocale, basatevi sull’ultimo della fila e focheggiando lui tirate dentro gli altri, uno fondale ben definito permetterà poi di leggere meglio la foto.
Attenzione allo sguardo, cercate di cogliere la sua attenzione, per quanto possa essere dolce un orso di schiena(posa in cui gli artigli non compaiono) sarà sicuramente più apprezzata una sua foto mentre vi fissa mostrandovi tutta la sua possenza fisica od al massimo posto perpendicolare alla macchina, così da imperare sull’inquadratura, attenzione però a non andare oltre, rischiereste di portarvi a casa un Pulitzer alla carriera…
Muovetevi, evitate di stare come un imboscato ad una festa, abbassatevi od arrampicatevi, anche per un fiera valgono le regole del sopra e del sotto, la fotocamera dovrebbe di norma essere all’altezza del suo sguardo, posta a dare rilievo all’animale, ciò darà l’impressione ai vostri spettatori di essere accanto a lui, nel bel mezzo della giungla.
Attenzione ai tempi, possibilmente rapidi, a volte un animale può essere più veloce di un bimbo e sicuramente meno incline a posare, cercate quindi di tenervi sempre su tempi da 1/125 in su.
Un ultima cosa, per chi avesse scelto invece la strada del bosco, ricordatevi che ogni animale che crede di non dover temere l’uomo è fottuto, quindi evitate di essere fieri di aver addomesticato questa o quella specie in meno di 9 ore in mezzo alla radura, ciò che fate ha sempre un prezzo.
Buona luce a tutti!
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