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mercoledì 24 ottobre 2012

Discorso sul metodo

Possiamo dubitare di tutto, ma, facendo ciò, una cosa resta indubitabile: il fatto di dubitare e, dunque, di pensare. Cogito, ergo sum. Penso, dunque sono. Ma se desumo il fatto di esistere dal pensiero, vorrà dire che esisto come "cosa pensante" (res cogitans).

Avevo notato da tempo, come ho già detto, che in fatto di costumi è necessario qualche volta seguire opinioni che si sanno assai incerte, proprio come se fossero indubitabili; ma dal momento che ora desideravo occuparmi soltanto della ricerca della verità, pensai che dovevo fare proprio il contrario e rigettare come assolutamente falso tutto ciò in cui potevo immaginare il minimo dubbio, e questo per vedere se non sarebbe rimasto, dopo, qualcosa tra le mie convinzioni che fosse interamente indubitabile.
Così, poiché i nostri sensi a volte ci ingannano, volli supporre che non ci fosse cosa quale essi ce la fanno immaginare.
E dal momento che ci sono uomini che sbagliano ragionando, anche quando considerano gli oggetti più semplici della geometria, e cadono in paralogismi, rifiutai come false, pensando di essere al pari di chiunque altro esposto all'errore, tutte le ragioni che un tempo avevo preso per dimostrazioni.
Infine, considerando che tutti gli stessi pensieri che abbiamo da svegli possono venirci anche quando dormiamo senza che ce ne sia uno solo, allora, che sia vero, presi la decisione di fingere che tutte le cose che da sempre si erano introdotte nel mio animo non fossero più vere delle illusioni dei miei sogni.
Ma subito dopo mi accorsi che mentre volevo pensare, così, che tutto è falso, bisognava necessariamente che io, che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando che questa verità: penso, dunque sono, era così ferma e sicura, che tutte le supposizioni più stravaganti degli scettici non avrebbero potuto smuoverla, giudicai che potevo accoglierla senza timore come il primo principio della filosofia che cercavo.
Poi, esaminando esattamente quel che ero, e vedendo che potevo fingere di non avere nessun corpo, e che non ci fosse mondo né luogo alcuno in cui mi trovassi, ma che non potevo fingere, perciò, di non esserci; e che al contrario, dal fatto stesso che pensavo di dubitare della verità delle altre cose, seguiva con assoluta evidenza e certezza che esistevo; mentre, appena avessi cessato di pensare, ancorché fosse stato vero tutto il resto di quel che avevo da sempre immaginato, non avrei avuto alcuna ragione di credere ch'io esistessi: da tutto ciò conobbi che ero una sostanza la cui essenza o natura sta solo nel pensare e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo né dipende da qualcosa di materiale.
Di modo che questo io, e cioè la mente per cui sono quel che sono, è interamente distinta dal corpo, del quale è anche più facile a conoscersi; e non cesserebbe di essere tutto quello che è anche se il corpo non esistesse.

Discorso sul metodo - IV - René Descartes

giovedì 8 dicembre 2011

Il Grande Fiume

Oggi vorrei parlare di un luogo che merita un giro, un posto magnifico, incredibile e maestoso... Le rive del Po, il particolare queste fotografie sono state scattate nei giorni scorsi tra Guastalla e Gualtieri

Maestoso fiume, è bello contemplare sulle tue rive

e osservare i pescatori
.

Hai la potenza dello scorrere del sangue della terra e quando ti gonfi 

a noi, che guardiamo attoniti e senza comprenderti, non rimane che ammirare la tua grandiosità.


Chi invece ti comprende vive di te... come il tuo Re...

Grande Po!




venerdì 9 settembre 2011

Theremin: ehi mamma, senza mani!

Questo è un articolo un po' differente da quanto scrivo di solito su queste pagine, di certo non parla nè di fotografia nè tantomeno di immagine ma davanti ad un invenzione del genere(ignoranza mia nell'averla scoperta solo ora) non potevo esimermi dallo scriverci sopra almeno qualche riga. Tutto è iniziato un paio di sere fa quando, a casa di amici, mi è stato mostrato un video che a primo avviso mi è sembrato a dir poco incredibile: il filmato mostrava uno strumento musicale(ovviamente di fabbricazione russa) decisamente affascinante e questa è la sua storia.

È il 1919, in Russia furoreggia la guerra civile ed i capi di stato di tutto il mondo cercano sempre più scienziati per armare le proprie truppe ed i propri servizi con armi “decisive”; gli studi condotti da Tesla sui campi elettromagnetici spingono sempre di più nazioni a prendere coscienza dell’esistenza di forze spesso confuse con il paranormale e su questo scenario, quella che di lì a tre anni sarebbe diventata l’Unione Sovietica, decide di fondare la Šaraška.
La Šaraška è un ufficio pubblico per la gestione di laboratori di ricerca segreti, qui scienziati di ogni tipologia vengono messi all’opera in discipline ad un passo dalla fantascienza, ed in uno di questi viene messo all’opera Lev Sergeevič Termen.

Il suo appoggio alla ricerca bellica si dimostrò fin da subito utile per non dire addirittura fondamentale, è grazie a lui che la Russia riuscì a tenere sotto scacco l'America per i decenni successivi e tutt’oggi sarebbe difficile immaginare un qualunque servizio segreto sprovvisto delle sue incredibili invenzioni in ambito di comunicazione. Nei soli primi tre anni di permanenza nei laboratori della Šaraška riuscì a concepire il sistema di captazione Buran, un microfono direzionale basato sui raggi infrarossi(peraltro utilizzato tutt’oggi per le intercettazioni ambientali) e capace di trasformare gli impercettibili movimenti dei vetri delle finestre in suono.

 

Sempre nello stesso periodo, rimanendo sulla scia della vibrazione ambientale, riuscì a progettare e costruire “la cosa”, una cimice passiva capace di alimentarsi dalle onde elettromagnetiche che riceveva. In particolare quest'ultima sua invenzione venne vista agli occhi del mondo quasi come magia, una piccola trasmittente che pur senza pile riusciva a funzionare, soltanto il controspionaggio britannico(dopo anni di studio e solo grazie a Peter Wright) riuscì a capire il metodo fisico con cui questa potesse trasmettere.

Lev però non era ingegnoso solo in ambito elettronico, fin da piccolo era stato considerato un violoncellista di tutto rispetto e forse fu proprio questo a fargli notare, durante alcuni studi su sistemi valvolari, che avvicinandosi ed allontanandosi da un antenna veniva prodotto un suono modulabile dal suo stesso movimento. In quello che molti considerarono un difetto di trasmissione da correggere quanto prima, lui vide il primo strumento musicale elettronico e così di lì a pochi mesi nacque l’Eterofono.
In pochi giorni si generò talmente tanto interesse intorno al nuovo strumento che la gente correva per accaparrarsi i posti in teatro, il vedere un musicista che suonava col semplice movimento delle mani generò un’aura di magia intorno al suo nome e di lì a poco vennero organizzati concerti in tutto il mondo.

Fu nel ’28 che dopo una riunione a New York con diversi magnati, tra cui Henry Ford, che prese il nome di Theremin(il nuovo cognome statunitense di Lev) e venne aperto alla grande distribuzione. Utilizzato tutt’oggi come generatore di suoni per effetti speciali(tra i tanti quelli di Star Trek) oltre che in ambito musicale(anche da parte del Baustelle) il Theremin è uno strumento tanto incredibile quanto complicato a causa della sua non linearità di scala, composto da due antenne, una orizzontale per il controllo dell’intensità ed una verticale che ne modifica la frequenza, è capace di passare da suoni di violino fino a frequenze simili alla voce umana.

Che dire di più...
...se ne trovate uno fatelo vostro!

venerdì 15 luglio 2011

I Cavalli volano?

È il 1872, fa un caldo torrido a Sacramento, sono notti in cui il prendere sonno è facile come sparare ad un girino da venti yarde e Leland Stanford, governatore della California, bussa ripetutamente ad una porta.
- Chi è? - si sente dire dal piano nobile, da quelle parti in realtà non si usa molto questo termine, ma le origini del padrone di casa non prevedono certo altri sinonimi - Sono Stanford, dite a Muybridge di scendere, ho bisogno di lui per un lavoro dei suoi, ci va della mia reputazione! -.
Davanti a lui un uomo sulla quarantina, alto e robusto, che lo invita ad entrare, Edward oramai abita in quel buco fiammeggiante da ben diciassette anni, arrivò nei nuovi stati come tutti, lasciando le fresche vie di Kingston in cerca di fortuna e di nuove occasioni.
Fu nel 55 che vide per la prima volta la signora che saluta dal porto i prossimi americani, in ogni caso c'è da dire che non gli era certo andata male, già a pochi anni di distanza dal suo arrivo alcuni suoi scatti dello Yosemite lo avevano reso famoso, oddio, in mezzo a quella gente se facevi il fotografo avevi solo due possibilità: diventavi un genio, ti sparavano per avergli rubato l'anima...
- Edward ho bisogno dei tuoi apparecchi, ho passato tutta la sera a fissare quel dannato quadro appeso all'ingresso ed ho bisogno di capire se davvero i cavalli sollevano tutte e quattro le zampe da terra durante la corsa - attimo di silenzio - come prego? -.

Per quanto la proposta di Stenton suonasse strana, Edward non batté ciglio anche perchè la questione, rianalizzandola in seconda battuta, poteva avere delle ripercussioni importanti, qui si stava a stabilire se la metà dei quadri della National Gallery fossero sbagliati, cioè, ci si sarebbe anche potuti giocare l'amor di patria su di uno scherzo del genere e messo di fronte a questo nuovo pensiero non ci pensò su due volte ed accetto.

Lavorò per mesi, rimuginò, ragionò e studiò profondamente la conformazione del cavallo, della macchina, della lastra, del cavalletto, andò alle corse, nelle stalle, nei maneggi, a caccia, al trotto ed al passo, finché, come sempre capita, venne colpito dall'illuminazione - Eureka! Flora! Flora! Ho trovato la soluzione! -.
La sua idea era semplice quanto geniale e l'aver perso giorni e giorni a cercare di accelerare il processo di scatto fotografico gli aveva finalmente reso la soluzione: era impossibile.
Sì, non sarebbe mai riuscito a produrre una macchina fotografica capace di scattare a raffica a quella velocità, nemmeno se si fosse messo lui a tirarne il nastro, la soluzione era solo una: usarne dodici appaiate!
Dodici macchine fotografiche collegate tra loro e con il cavallo da dei fili - ...così che quando il cavallo passa la foto scatta! Leland questa volta credo proprio di avercela fatta! -.
Il successo del suo lavoro fu internazionale, lo stesso Paul Valéry scrisse che "Le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo".

Tutto sembrava andare bene se non fosse stato per Flora, da quando si erano trasferiti nella baia di San Francisco era diventata sempre più interessata alla vita mondana e sempre meno a quella coniugale...
Non passò molto tempo da allora a quando Edward la scoprì a letto con il sindaco, l'idea di essere stato tradito, la sensazione di aver rivelato segreti, pensieri, regalato attimi, ad una persona così distante da lui, così diversa da come la credeva, una spia pensò, una spia sotto il suo tetto, non passò che un secondo da quell'attimo a quando aprì il fuoco, la polizia lo trovò piangente, lontano da quella stanza, dalla camera dove aveva chiuso la sua storia con Flora per sempre.

Venne arrestato ma i suoi tanti amici ed il comprovato tradimento riuscirono a farlo scagionare, omicidio d'onore dissero, lui però non riusciva più a vedere quei luoghi, restare lì era tortura lunga ventiquattr'ore e ripetuta tutti i giorni, non poteva più restare.
Fu allora che chiamò Leland, la loro lunga amicizia oramai era diventata come quella tra due fratelli, Leland lo raggiunse e lo aiutò a trasferirsi in Sudamerica, aveva degli affari in ballo con la ferrovia, ne era diventato da poco il comproprietario e non fu certo difficile far assumere Edward agli uffici.
Il suo lavoro era ora tranquillo, quasi monotono, l’unica cosa che gli permetteva di rimanere lucido era la fotografia, per questo girava sempre con appresso tutta l’attrezzatura, in zone del genere non potevi mai sapere quando sarebbe capitato uno scatto memorabile.

È la primavera del 77 quando Leland gli propone di tornare negli States - ...ora c'è la Stanford University, è tutto cambiato, se ti va posso far sì di finanziarti, credo che la tua idea degli scatti multipli potrebbe fruttare diversi soldi se la commercializzassimo, che dici, accetti? - negli anni successivi Edward, grazie ovviamente ai soldi di Leland, riuscì a migliorare il suo apparecchio implementandolo con altre 12 macchine, studiò animali, cavalli, atleti, uomini qualunque, aprendo la strada alla moderna biomeccanica ma soprattutto, per quanto ci riguarda, al cinema.

Edward decise di tornare nella sua cara Inghilterra nel '94, Kingston era sicuramente diversa ma non si può stare lontani per più di mezzo secolo dalla propria terra, od almeno non lui, aveva bisogno di tornarvi e lo fece e vi rimase, visse quegli anni in pace e tranquillità, insieme a sua cugina Catherine, miss. Katy, vide l'arrivo del '900 insieme a lei, con tutte le sue innovazioni tecnologiche ed i grandi fantasmi che si avvicinavano all'orizzonte e lì, nella primavera 1904 durante un tiepido pomeriggio, morì.

giovedì 20 gennaio 2011

Straight photography

Documentaria è la fotografia della polizia scattata sul posto di un delitto. Quello è un documento. Vedi bene che l’arte è senza utilità, mentre un documento ha un’utilità. Per questo l’arte non è mai un documento, ma può adottarne lo stile. È quello che faccio io.
Walker Evans

mercoledì 28 luglio 2010

Clownzilla : alternativamente clown!

Passi una giornata del cacchio chiuso in ufficio, con quell'afa estiva che ti impedisce di respirare ma ti fa tossire ogni pochi secondi, dannato condizionatore esausto...
Capita così, poi, che decidi di uscire di casa in preda all'ansia della giornata, cammini per qualche via in cerca di angoli di refrigerio, giri l'angolo con la macchina appesa al collo, forse più in caccia di una birra che non di un soggetto, e poi, tutto ad un tratto, Clownzilla ed il loro spettacolo Illegal Aliens.

Esibitisi qualche sera fa all'anfiteatro romano di Arezzo, durante l'Arezzo Festival 2010, sono riusciti a colpirmi fortemente: luci, suoni, mimica, un bel palco di colori ed un modo di fare teatro decisamente unico nel suo genere.
Infinite piccole figure in perenne movimento durante il loro viaggio nello spazio, sciogliendo a piccole gocce nella mente di chi guarda paesaggi tra l'onirico e l'inquieto delle grandi metropoli, tutto ciò in un susseguirsi di movimenti e cambi scena capaci di rendere impossibile la distinzione tra Clown e Mimo...
...ma quale tra questi due?

Grazie alle risposte Adrienne Muller, una dei principali interpreti del loro ultimo spettacolo, magari ne sapremo qualcosa di più:

Cos'è esattamente Clownzilla?
È una compagnia di clown nata da un idea di Eli Simon, un professore del dipartimento di drammaturgia della Irvine, l'Università della California, ed alcuni dei suoi studenti, compresa io
Da quanto tempo esistete come compagnia teatrale?
Abbiamo realizzato il nostro primo spettacolo oramai quattro anni fa
Ma la vostra è Clownerie o Mimo?
Diciamo che ci basiamo su di uno stile di Clownerie tutto nostro, abbiamo solo tre regole principali: 1. non parlare (anche se a volte ci capita); 2. mantenere il contatto visivo con il nostro pubblico; 3. dire sempre "sì" così da mantenere un approccio positivo.
Creare clown con questa tecnica produce mutazioni immediate, tuttavia, essendo una forma d'arte interattiva, più a lungo si pratica, più il risultato sarà raffinato ed il tuo personaggio potrà crescere confacendosi meglio alle le tue capacità.
Insomma, diciamo che lo stile di clown messo a punto da Simon tende al teatro dell'improvvisazione.
È impegnativo come lavoro?
Questo primo spettacolo è stato chiamato Clownzilla: A Love Story e lo abbiamo realizzato in 8 prove veloci, continuative ed in costante evoluzione, che poi è la motivazione per cui tutti i nostri spettacoli sono quasi un "work in progress", siamo in apprendimento costante e ciò costituisce la nostra reale prestazione davanti al pubblico.
Abbiamo portato questo spettacolo al festival di Arezzo tre anni fa e già allora fu un esperienza memorabile!
Anche se il lavoro può essere fisicamente estenuante, ognuno di noi vi potrà dire che è sicuramente la cosa più divertente che abbia mai fatto, ed al tempo stesso la più coinvolgente.
Ci piace farlo e questo non lo rende difficile.
Quanto vi allenate quotidianamente?
Lo spettacolo che abbiamo messo in scena ci ha portato due mesi per la sua realizzazione, ma solo nei fine settimana.
Cosa consiglieresti a chi volesse cimentarsi in questa professione?
Vorrei raccomandare che chiunque sia interessato alla Clownerie di fare un tentativo! Sarete sorpresi quanto divertimento vi possa dare. La maggior parte di noi non avrebbe mai pensato di diventare clown, ma ora ne è innamorata!
Al termine di queste domande, oltre che consigliare a tutti gli amanti della fotografia di scena di andarli a vedere se trovassero il loro nome al botteghino, non mi rimane che ringraziare ancora Adrienne Muller, per le sue risposte, e tutti gli interpreti di Clownzilla per i bellissimi spettacoli che ci regalano.

Buona luce a tutti!

mercoledì 23 giugno 2010

Itten: contrasto sì, ma di qualità

...la capacità di vivere un oggetto è una facoltà spirituale.
Se essa si riferisce, in primo luogo, a fenomeni grossolanamente di tipo materiale, l'esperienza viene vissuta dai sensi fisici; se invece, in secondo luogo, si riferisce a fenomeni spirituali, più impalpabili, sono allora i sensi spirituali a viverla...

Così scriveva nel '62 Wingler nel suo "Il Bauhaus"(edito in Italia da Feltrinelli per la collana Campi del Sapere), nelle righe successive, sempre Wingler, afferma che la percezione delle forme implica l'essere mossi, e già la sensazione più lieve è una forma che irraggia movimento, da qui nasce l'idea di contrasto come mezzo di rappresentazione, o se preferite innalzamento, del concetto.

Ma cos'è il contrasto(simbolico) in fotografia? Un contrasto cromatico forse? Geometrico? Puramente concettuale? In che modo poter evidenziare il soggetto(o il concetto) della fotografia in modo che si stagli univocamente dallo sfondo?

In realtà questo è un argomento volutamente annusato e sorvolato nei miei ultimi post ma, proprio perché d’importanza fondamentale, vorrei ora riprenderlo un attimo nel tentativo di strigarlo un po'(tutto sarebbe difficile nel tentativo di rimanere sotto le 600 pagine...) con qualche concetto basilare e un esercizio pratico.

Partiamo un attimo da un’idea, da un concetto che deve essere fondamentale(per non dire vitale) nel prendere in mano la nostra reflex(od anche compatta), la fotografia è un mezzo di espressione, un metodo, un alfabeto composto di particolarissimi glifi quali l'inquadratura, il taglio della foto, le impostazioni Iso, la disposizione della luce, il bilanciamento del bianco, il Bokeh, il decentramento del fuoco e tanti altri.

La fotografia non è altro che uno strumento per la rappresentazione del nostro pensiero, e la comprova di ciò sta nel vostro aver già notato come le foto mutino al cambiare del vostro stato umorale: i toni virano, i soggetti interessanti cambiano, i momenti ci chiamano a prendere la macchina in mano o a lasciarla sulla mensola accanto all'ingresso.

È proprio in questa ricerca di strumenti e simboli che incrociamo un nome, un nome importantissimo che ha segnato, volontariamente o involontariamente, una tra le più grandi scuole di arte e architettura di tutti i tempi, la Staatliches Bauhaus.

Estate del 1919, la Baviera da pochi mesi si è staccata dalla Germania e, alla Bauhaus si presenta un giovane insegnante svizzero, Johannes Itten, Gropius gli ha appena assegnato il “semestrale” obbligatorio per accedere alla scuola. Viene da Suedernlinden e dopo essere diventato maestro elementare, ha passato gli ultimi anni a Stoccarda come allievo di Hölzel ma, quello che è davvero importante, è un mazdaznaniano, quello che oggi chiameremmo un neo-zoroastrista per capirci, il suo credo religioso gli impone di osservare e cambiare il mondo così da renderlo un giardino dove Dio e uomo possano vivere insieme perché “l’uomo è in Dio e Dio è nell’uomo”. È su questa sua idea che basa il corso e il suo metodo d’insegnamento, ovvio dirsi che i suoi esercizi, anche se nati per la pittura, sono facilmente adattabili alla fotografia(ci riesco addirittura io!), e allora perché non iniziare dal suo esercizio più rilevante:

 1 - La Conoscenza
La prima parte dell’esercizio di Itten può essere tradotta nella realizzazione di 24 scatti(sì, 24 e non di più, esercizio fondamentale per non trasformarci in dei cineasti) suddivisi in 12 coppie di foto ritraenti a confronto dei forti contrasti. Siete liberi di scegliere qualunque genere di contrasto vi venga in mente, che esso sia di tipo contenutistico o formale, potrà essere un contrasto cromatico, numerico o anche socioculturale. Nel caso poi vi manchino idee, vi riporto qui a seguire qualche contrasto individuato durante le lezioni di Itten: grande/piccolo, alto/basso, tanto/poco, orizzontale/verticale, staticità/movimento, leggero/pesante, liquido/solido, silenzio/rumore.

2 - La Valutazione
Una volta realizzate le 12 coppie, lasciatele fermentare per un paio di giorni, lo so che sareste impazienti di passare subito alla fase due, ma non siamo tutti uguali e ad alcuni di noi una mezza giornata di svago permetterà di vedere meglio il suo stesso occhio.

3 - La Sintetizzazione
A questo punto utilizzate i rimanenti 12 scatti del nostro rullino(24 + 12 = 36… …ebbene sì, ho pensato anche a voi amici del chimico…) cercando di produrre uno scatto per ogni coppia, un singolo click capace di unire i punti di forza, i concetti delle due foto precedenti.
Ricordate che più sarà evidente il contrasto, maggiore sarà la vostra capacità di sintetizzarlo, e maggiore sarà la capacità della nostra foto di comunicare, proprio per questo Itten “l’ascetico” pretendeva dai suoi studenti un’analisi del mondo da tre precisi punti di vista: quello della sperimentazione sensoriale(punto 1 del nostro esercizio), quello della comprensione razionale(espresso sia nella ricerca del soggetto durante il punto 1, che nel punto 2 riflettendo sul lavoro svolto) e in ultimo quello della rappresentazione sintetica(punto 3), unico metodo secondo lui per liberare la propria energia e dirigerla in modo simbolico/rappresentativo verso immagini od oggetti.
Fu per questa forza espressiva, questa capacità di sintetizzare l’immagine in punti chiave da facile lettura che il suo metodo divenne talmente rinomato da sopravvivergli anche dopo il suo distacco dalla Bauhaus del 1923.


Undici anni più tardi la sua religione venne vietata dal Terzo Reich perché troppo pacifista.

Buona luce a tutti!

venerdì 7 maggio 2010

al mio migliore amico: Peter Il'ich Tchaikovsky

Caro Signore, Petr Il'ich,
Davvero non so come ringraziarvi per il vostro indulgere nei confronti della mia impazienza. Conoscendo il mio profondo affetto per Voi, potrei temere lo stiate facendo solo per compiacermi, anche se apprezzo la vostra infinita gentilezza.
C'è molto, molto che vorrei raccontarvi in merito al mio atteggiamento donchisciottesco nei vostri confronti, ma avrei paura di rubarvi troppo del vostro già limitato tempo. Tutto quello che posso dire, è che quest’atteggiamento, per quanto astratto esso sia, mi è caro come mai nulla prima, come il più alto tra tutti i sentimenti di cui la natura umana è capace. Così, Peter Il'ich, se vorrete, potrete chiamarmi sognatrice, o pazza se preferirete, ma vi prego di non riderne, perché sarebbe sì divertente se non fosse tale sentimento così sincero e profondamente radicato in me.
Con sincero rispetto e cordiale devozione,

N. von Meck

Nadezhda von Meck a Peter Il'ich Tchaikovsky, Mosca, 15 febbraio 1877

Traduzione a cura dell'autore del post che, non conoscendo personalmente Tchaikovsky, più che al sul 170° compleanno vorrebbe dedicarlo alla sua compagna che lo sopporta tutti i giorni ;)

martedì 4 maggio 2010

prima della Lomo, la perspicace 4

È il 1932, Terragni sta per iniziare la sua Casa del Fascio a Como, Ghandi finisce in galera per il primo dei suoi scioperi della fame, i nazisti chiudono la Bauhaus, Heisenberg riceve il Nobel per la "sua" fisica quantistica e Leica presenta il suo modello II.
La Leica II, una tra le macchine che segnarono il passaggio tra le vecchie Leica e la concezione moderna di macchina fotografica: otturatore in tela orizzontale, tempi di scatto da un ventesimo ad un cinquecentesimo di secondo, sincro flash, innesto M39(che rimarrà un classico fino ai giorni nostri) ed un telemetro di precisione, accoppiato alle ottiche, direttamente derivato dai sistemi di puntamento dell'esercito tedesco - provi a guardarci dentro... ...vede l'immagine sdoppiata? ecco, ora spinga la levetta finchè non la vede intera! perfetto, il soggetto è ora a fuoco... -.
Nessuno di loro avrebbe pensato che, solo pochi anni più tardi, quello stesso progetto meccanico sarebbe passato nelle mani del nemico, la K.M.Z., Krasnogorskiy Zavod.

Fu così, durante i bombardamenti di Dresda, come per magia vennero ritrovate dall'Armata Rossa le industrie Zeiss Contax pressochè intatte, era il 1945. Quasi venticinquemila morti e svariate bombe non erano passati nemmeno vicini a quei magazzini, primo premio di quella che sarebbe stata, accoppiandola con le imprese F.E.D. di Leningrado, la rinascita economica dell'U.R.S.S. nel periodo post-bellico. Alla Russia a questo punto non rimaneva che riaccendere le macchine ed utilizzare i progetti di costruzione lasciati al loro destino dal nemico in fuga.

Fu così che nacque la perspicace 4, o se preferite la vecchia Zorki, insieme alle FED ed alle Leningrad una tra le macchine(oggi low-cost ma 16 rubli nel lontano '64) più belle che si possano trovare tutt'oggi sulle bancherelle dei mercatini.
Metallo fuso e scavato dal pieno al servizio dei 35mm, ottiche brillanti e scorrevoli dopo quasi mezzo secolo dalla loro fabbricazione, tendine in stoffa e meccaniche da orologio mantenute sotto carta oliata nei magazzini dell'ex unione sovietica.
Poter scattare con una di queste macchine è una specie di magia, un tipo di tatto che difficilmente ti togli dal naso, sentire la molla che la anima andare in pressione, semplicemente regolata dai tempi sotto le nostre dita, nulla a che vedere con le plasticose Lomo di vent'anni più tardi, insomma dei veri e propri gioielli del passato.

lunedì 12 aprile 2010

war at home

"General, your tank is a powerful vehicle.
It smashes down forest and crushes a hundred men.
But it has one defect:
It needs a driver.
General, your bomber is powerful.
It flies faster than a storm and carries more than an elephant.
But it has one defect:
It needs a mechanic.
General, man is very useful.
He can fly and he can kill.
But he has one defect:
He can think."

Bertolt Brecht

venerdì 9 aprile 2010

di sola sabbia e vento

Spesso non ci rendiamo conto di quello che abbiamo, di quello che reputiamo indispensabile e che fino a qualche anno fa sarebbe rimasto nella nicchia del superfluo, consideriamo tutto come priorità senza comprendere cosa lo sia davvero.
Il mio viaggio oramai è iniziato da un paio di giorni, abbiamo oltrepassato il Cairo nella giornata di ieri, città viva e malata quanto poche al mondo, distesa di case e di corpi, piccoli frammenti della stessa povertà.
Povertà testimoniata da chilometri e chilometri di case ancora in costruzione, solcate unicamente da strade in cui l’asfalto è solo un vecchio ricordo – si costruisce fino a che ci sono soldi – mi dicono – quando i soldi sono finiti la casa rimane così, quando mio figlio si sposerà allora ci penseremo – e mentre sento queste parole la polvere e l'inquinamento mi chiudono il naso cancellando qualunque altra possibilità di odore.
Viaggiamo per ore, seguiamo la costa fino a El Alamain, solo pochi chilometri prima di scendere verso sud, nella depressione di Qattara, mille chilometri e un’intera giornata di viaggio per raggiungere Siwa, oasi sul confine libico, ultimo punto civilizzato alle porte del Sahara, ad un passo dalle vie dei nuovi schiavi e dei vecchi briganti, campo base per la missione scientifica che fotograferò.
Qui la Natura ce la mette tutta per non lasciarsi morire e così è per le piante come per gli uomini, sembra incredibile vedere, in questa vastità senza scopo, figure lontane che, lievi come anime perse, vagano verso l’unica grande strada che taglia questo deserto.
Sparsi qua e là resti dei vecchi e dei nuovi eserciti, qui il tempo non è altro che il susseguirsi dello stesso attimo e così ti capita di trovare perse nella polvere scatolette arrugginite insieme a qualche resto meccanico e bossoli di mortaio.
Povera gente che vive di latte e poco altro, in questo luogo il ricco è chi ha una capra, e il povero è colui che muore.
La sera è fredda come mai ci si aspetterebbe, ti ammanta in un istante facendoti sentire tutto il suo abbraccio; dopo aver cenato ci troviamo a sentire la gente che esce a bere il Chai ed i bambini che giocano insieme ai genitori con palloni talmente vecchi da far pensare alle ultime guerre.
Il pensiero che ci attraversa la mente arriva rapido fino alle labbra – ma in Italia si gioca ancora così? – gente due passi oltre la fame che vive senza la paura del domani, perché il domani non c’è, è solo illusione, non c’è pretesa di miglioramento nei loro sguardi – stasera abbiamo mangiato, cos’altro ci serve? – e così, in un luogo in cui vivi di sola sabbia e vento, se nasci fabbro vivrai da fabbro, se nasci mercante vivrai da mercante, ma sicuramente vedrai solo casa tua, non esiste ciò che non conosci e davanti a una pozza d’acqua avrai negli occhi il coraggio e la sicurezza di affermare – …questo è il paradiso… – .