venerdì 15 luglio 2011

I Cavalli volano?

È il 1872, fa un caldo torrido a Sacramento, sono notti in cui il prendere sonno è facile come sparare ad un girino da venti yarde e Leland Stanford, governatore della California, bussa ripetutamente ad una porta.
- Chi è? - si sente dire dal piano nobile, da quelle parti in realtà non si usa molto questo termine, ma le origini del padrone di casa non prevedono certo altri sinonimi - Sono Stanford, dite a Muybridge di scendere, ho bisogno di lui per un lavoro dei suoi, ci va della mia reputazione! -.
Davanti a lui un uomo sulla quarantina, alto e robusto, che lo invita ad entrare, Edward oramai abita in quel buco fiammeggiante da ben diciassette anni, arrivò nei nuovi stati come tutti, lasciando le fresche vie di Kingston in cerca di fortuna e di nuove occasioni.
Fu nel 55 che vide per la prima volta la signora che saluta dal porto i prossimi americani, in ogni caso c'è da dire che non gli era certo andata male, già a pochi anni di distanza dal suo arrivo alcuni suoi scatti dello Yosemite lo avevano reso famoso, oddio, in mezzo a quella gente se facevi il fotografo avevi solo due possibilità: diventavi un genio, ti sparavano per avergli rubato l'anima...
- Edward ho bisogno dei tuoi apparecchi, ho passato tutta la sera a fissare quel dannato quadro appeso all'ingresso ed ho bisogno di capire se davvero i cavalli sollevano tutte e quattro le zampe da terra durante la corsa - attimo di silenzio - come prego? -.

Per quanto la proposta di Stenton suonasse strana, Edward non batté ciglio anche perchè la questione, rianalizzandola in seconda battuta, poteva avere delle ripercussioni importanti, qui si stava a stabilire se la metà dei quadri della National Gallery fossero sbagliati, cioè, ci si sarebbe anche potuti giocare l'amor di patria su di uno scherzo del genere e messo di fronte a questo nuovo pensiero non ci pensò su due volte ed accetto.

Lavorò per mesi, rimuginò, ragionò e studiò profondamente la conformazione del cavallo, della macchina, della lastra, del cavalletto, andò alle corse, nelle stalle, nei maneggi, a caccia, al trotto ed al passo, finché, come sempre capita, venne colpito dall'illuminazione - Eureka! Flora! Flora! Ho trovato la soluzione! -.
La sua idea era semplice quanto geniale e l'aver perso giorni e giorni a cercare di accelerare il processo di scatto fotografico gli aveva finalmente reso la soluzione: era impossibile.
Sì, non sarebbe mai riuscito a produrre una macchina fotografica capace di scattare a raffica a quella velocità, nemmeno se si fosse messo lui a tirarne il nastro, la soluzione era solo una: usarne dodici appaiate!
Dodici macchine fotografiche collegate tra loro e con il cavallo da dei fili - ...così che quando il cavallo passa la foto scatta! Leland questa volta credo proprio di avercela fatta! -.
Il successo del suo lavoro fu internazionale, lo stesso Paul Valéry scrisse che "Le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo".

Tutto sembrava andare bene se non fosse stato per Flora, da quando si erano trasferiti nella baia di San Francisco era diventata sempre più interessata alla vita mondana e sempre meno a quella coniugale...
Non passò molto tempo da allora a quando Edward la scoprì a letto con il sindaco, l'idea di essere stato tradito, la sensazione di aver rivelato segreti, pensieri, regalato attimi, ad una persona così distante da lui, così diversa da come la credeva, una spia pensò, una spia sotto il suo tetto, non passò che un secondo da quell'attimo a quando aprì il fuoco, la polizia lo trovò piangente, lontano da quella stanza, dalla camera dove aveva chiuso la sua storia con Flora per sempre.

Venne arrestato ma i suoi tanti amici ed il comprovato tradimento riuscirono a farlo scagionare, omicidio d'onore dissero, lui però non riusciva più a vedere quei luoghi, restare lì era tortura lunga ventiquattr'ore e ripetuta tutti i giorni, non poteva più restare.
Fu allora che chiamò Leland, la loro lunga amicizia oramai era diventata come quella tra due fratelli, Leland lo raggiunse e lo aiutò a trasferirsi in Sudamerica, aveva degli affari in ballo con la ferrovia, ne era diventato da poco il comproprietario e non fu certo difficile far assumere Edward agli uffici.
Il suo lavoro era ora tranquillo, quasi monotono, l’unica cosa che gli permetteva di rimanere lucido era la fotografia, per questo girava sempre con appresso tutta l’attrezzatura, in zone del genere non potevi mai sapere quando sarebbe capitato uno scatto memorabile.

È la primavera del 77 quando Leland gli propone di tornare negli States - ...ora c'è la Stanford University, è tutto cambiato, se ti va posso far sì di finanziarti, credo che la tua idea degli scatti multipli potrebbe fruttare diversi soldi se la commercializzassimo, che dici, accetti? - negli anni successivi Edward, grazie ovviamente ai soldi di Leland, riuscì a migliorare il suo apparecchio implementandolo con altre 12 macchine, studiò animali, cavalli, atleti, uomini qualunque, aprendo la strada alla moderna biomeccanica ma soprattutto, per quanto ci riguarda, al cinema.

Edward decise di tornare nella sua cara Inghilterra nel '94, Kingston era sicuramente diversa ma non si può stare lontani per più di mezzo secolo dalla propria terra, od almeno non lui, aveva bisogno di tornarvi e lo fece e vi rimase, visse quegli anni in pace e tranquillità, insieme a sua cugina Catherine, miss. Katy, vide l'arrivo del '900 insieme a lei, con tutte le sue innovazioni tecnologiche ed i grandi fantasmi che si avvicinavano all'orizzonte e lì, nella primavera 1904 durante un tiepido pomeriggio, morì.

giovedì 14 luglio 2011

Linee Guida per un buon Portfolio

Ieri sera, riflettendo su di una selezione portfolii propostami, mi sono messo a spulciare la mia biblioteca personale(e la rete) in cerca di idee e nuovi spunti sull’operazione.
Di solito mi lascio guidare più dal "sentire" che non dal "vedere" in questa fase, tendo a legarmi alle parole ed a scivolare poi nei relativi significati, e proprio così mi sono imbattuto in questo bellissimo articolo di stampo palesemente elisabettiano.
Lo stampo marziale(e fortemente manualistico) della civiltà anglosassone credo sia una delle prime attrative che trovai quando mi sono affacciato per la prima volta sulla scuola di oltre manica, detto questo e soffrendo d’insonnia a causa della calura estiva non potevo certo esimermi dal presentarvi, in forma da me ritradotta, questa bellissima guideline(forse un po’ retrò ma sempre attuali) sulla preparazione e presentazione di un portfolio fotografico-artistico.

Buona lettura e buona luce a tutti!

p.s.: il signore nella foto è Edward Muybridge, allegro gentiluomo inglese su cui vedrò presto di scrivere qualcosa, giusto per tenervi compagnia sotto l'ombrellone.

INTRODUZIONE
Per avere successo nel mercato dell'arte di oggi un artista deve avere una visione, deve padroneggiare le competenze tecniche necessarie per mezzo artistico da lui intrapreso, ed ha bisogno di comprendere il business che vi sta dietro.
Nel presentare un portfolio non sarà solo questo ad essere giudicato ma anche l'artista che vi sta dietro. È un fotografo serio? Avrà successo? È degno di essere rappresentato?
Il vostro portfolio deve impressionare gli spettatori con la vostra visione ed ovviamente con gli aspetti tecnici con cui l'avete espressa. Per poter procedere è quindi necessario padroneggiare perfettamente il mezzo artistico.
Questo articolo è stato scritto per aiutare a capire l'importanza di buoni materiali e per comprendere il lato commerciale dell'arte.

PROSPETTIVA
Ricordate, non importa ciò che avete sentito o letto, il vostro lavoro non sta in piedi da solo.
Ogni volta che un gallerista, curatore, od un consulente artistico recensisce il vostro portfolio, il ricordo delle foto sarà solo una minima parte di quanto considererà.
Proprio come il packaging gioca un ruolo fondamentale in ambito marketing, l'artista e la sua presentazione saranno vitali per la buona riuscita del vostro portfolio, una buona presentazione sarà quindi vitale.

DESIGN
Le fotografie dovranno essere presentate in modo professionale, scegliete solo lavori conclusi, mai mostrare foto di lavori a metà o di backstage. Mostrate solo i vostri lavori migliori. Organizzati, un buon portfolio deve avere continuità e fornire agli spettatori una chiara idea della vostra visione.
Dovrebbe essere organizzato in soggetti o per stili fotografici.
Immagini orizzontali e verticali, così come i tagli di stampa dovrebbero essere organizzati e raggruppati separatamente.
Immagini a colori e bianchi e neri devono essere raggruppati separatamente così da facilitarne la visione.
Il lavoro dovrebbe essere presentato nel giusto album od al massimo all'interno di una normale busta da spedizioni. Se si presenta il proprio lavoro in una galleria sarà meglio però optare per un album appropriatamente sviluppato per il nostro progetto di fine-art.
Le foto presentate dovrebbero essere pronte per la vendita: intelaiate, firmate, datate, titolate, numerate e timbrate a secco.
Prima di effettuare la presentazione ricordatevi di togliere qualsiasi tessuto o foglio messo a protezione delle foto ed assicurarsi che le intelaiature siano pulite e prive di impronte digitali.
Le intelaiature devono essere precise e curate, se non si è capaci meglio rivolgersi ad un corniciaio.

MODIFICARE NECESSARIE
Il vostro portfolio deve essere ben curato e visto che è impossibile essere giudici di sé stessi e spesso in ambito fotografico è impossibile essere obbiettivi sul proprio lavoro, chiedete a conoscenti ed amici prima di portarlo in galleria.
Limitate il numero di opere a non più di venti, considerando un minimo di dieci. L'obbiettivo della vostra prima visita in galleria non sarà vendere tutti i vostri scatti ma solo introdurre il vostro lavoro, rendere l'esperienza di chi guarda il più piacevole possibile così da spingere ad un secondo colloquio.
Può capitare di dover presentare diversi portfolio prima di essere rappresentati da una galleria ma ogni volta ricordatevi di presentare solo lavori tematicamente unitari.
Se si dispone di più tematiche, presentate il vostro lavoro più forte.

PRESENTAZIONI
Iniziate con una nota positiva, fate un commento in omaggio alla galleria od alle opere in mostra, ringraziate il recensore per il tempo che concederà alle vostre opere, presentate voi stessi e le vostre foto ma brevemente perché il vostro lavoro è più importante in questa fase.
Assumendo che il recensore sia un professionista, non insistere troppo sull'uso di guanti bianchi o sul maneggiare il vostro lavoro, se siete davvero preoccupati, sfogliate voi per il recensore. Tenete sempre a mente che si vuole rendere semplice la visione del portfolio.
Non interferire mai con la vita di galleria e non interrompere mai un impegno di vendita. Prima di iniziare la presentazione, lasciate che il recensore capisca la vostra comprensione del suo lavoro e che non avrete problemi se lui dovesse interrompere per urgenze lavorative.
Ascoltate attentamente e non esitate a prendere appunti se necessario. Provate a capire le foto preferite del recensore, potrebbero essere inserite in futuri portfolii.
Riducete le vostre domande al minimo così da cercare di eliminare le possibili risposte negative.
Non chiedete di essere rappresentati e non chiedete per possibili mostre, la persona che osserverà il vostro lavoro saprà cosa vuole e le proporrà lui stesso se ve ne sarà la disponibilità.
Se vi è stato fissato appuntamento da trenta minuti, considerate in questo tempo di poter essere pronti ad uscire e non impegnare maggiormente il curatore. Tirare l'appuntamento oltre il tempo previsto, a meno che non ce ne sia richiesta, sarebbe più che altro controproducente.
Se avete diapositive di altri vostri lavori, tenetele pronte ma estraetele se e solo se vi verrà richiesto.
Le diapositive vengono spesso utilizzate da gallerie e consulenti per mostrare le immagini ai clienti.
I vetrini dovranno essere sempre di stampe e non duplicati delle diapositive originali.
Padroneggiare l'arte di fare diapositive sarà un beneficio per la vostra carriera, se si avessero difficoltà ad effettuare diapositive felici, si consiglia di rivolgersi ad un laboratorio professionale.

PREPARAZIONE
Prima di contattare una galleria accertarsi che tratti il vostro mezzo artistico. Osservare il lavoro degli artisti rappresentati e fate in modo che le vostre opere si inseriscano nel profilo della galleria.
Informarsi sulle procedure in corso inerenti alla revisione delle opere e comprendere se esse sono conformi a quelle da voi seguite.
Il modo migliore per farlo è chiedere alla galleria stessa, i metodi di revisione variano, potrebbe essere necessario lasciare il vostro portfolio in galleria per una notte od anche per una settimana. Alcune gallerie potrebbero richiedervi la sola visione delle diapositive, altre una lettera di presentazione da altri artisti o collezionisti. E' importante seguire le procedure di revisione della galleria, specialmente alla vostra prima visita.
Scoprire il nome e la posizione del curatore portfolii e segnare il proprio nome con ortografia corretta, questo è importante per future visite e per la corrispondenza con la galleria. Se vi aspettate che il curatore si ricordi di voi, permettetegli la stessa cortesia ricordandovi di lui.

TIMING
Telefonare o scrivere con diverse settimane di anticipo richiedendo l'opportunità di mostrare il vostro lavoro. Se si opta per la scrittura, ricordarsi di includere una busta pre-indirizzata e pre-affrancata.
Evitate appuntamenti a breve termine("Sono in città solo per oggi, sareste disponibili in mattinata?") e mai presentarsi senza appuntamento chiedendo sul posto una lettura.
Nel giorno della presentazione, chiamare e confermare l'appuntamento premunendovi di sapere se il curatore è ancora disponibile per quella data, il tempismo è fondamentale.
Siate in orario, se non siete in grado di rispettare l'appuntamento telefonate il prima possibile e cercate di riprogrammarlo. Siate sensibili alle priorità della galleria e non cercate di ottenere una lettura mentre viene installata una mostra e mentre sono in atto altri eventi.
La sincronizzazione con i tempi lavorativi è fondamentale per una revisione di successo.

BUON SENSO
Essere amichevoli, positivi, educati e cortesi. Evitate di essere scortesi o sconsiderati. Tenete presente che si chiedendo al curatore di aiutarvi, attraverso le vostre parole ed azioni fate capire che date valore alla persona ed alle sue opinioni: state rendendo il suo lavoro più facile o difficile? Avete già visitato lo spazio prima di allora? Siete a conoscenza dei programmi in corso, delle nuove direzioni o della storia della galleria? Si dovrebbe imparare il più possibile circa la galleria prima della propria revisione. Ricordate che quando chiedete ad una galleria di rappresentarvi, state chiedendo di investire tempo e denaro sulla vostra persona, le state chiedendo di diventare vostro partner commerciale.

FOLLOW-UP
Create una scheda marketing del vostro incontro. Una scheda marketing è un’appunto di chi avete contattato ed a riguardo di cosa.
Includete in essa il nome del curatore, il tipo di lavoro presentato, impressioni, commenti, quale materiale è stato scartato, i risultati della revisione ed il tipo di follow-up pianificato.
Assicurarsi di inviare un biglietto di ringraziamento alla persona che ha visionato il vostro portfolio. Inviate una cartolina delle vostre immagini in modo che possa ricordare di quale lavoro si tratta. Follow-up a 4-6 mesi, oppure ogni volta che abbiate un nuovo portfolio da presentare.

PAZIENZA
Sviluppare un rapporto con una galleria è come sviluppare qualsiasi altro rapporto di valore, non capiterà dall'oggi al domani ma se non sarete pazienti, professionali e cortesi, è probabile che non accada mai.
Un proprietario di una galleria ha molte cose da fare oltre alla scoperta di nuovi artisti, siate sempre consapevoli e sensibili alla differenza tra le vostre priorità e le priorità del vostro curatore.
Diventare un artista di successo richiede molto più che buone opere d'arte. Per avere successo è necessario comprendere il business dell'arte, creare un buon portfolio e padroneggiarne la presentazione.
Diventare un artista di successo prevede avere un buon tempismo, un pizzico di fortuna ed il desiderio di arrivare.

venerdì 27 maggio 2011

Esposimetro Fai-da-te

Nell'articolo precedente abbiamo parlato di "esposimetri a estinzione di luce" e, ragionandoci un po' sù, ho pensato di scrivere qui un piccolo progetto che mi è venuto in mente su come realizzarne uno con meno di 4 euro di materiale per provare il fascino di riutilizzare la vecchia macchina fotografica del nonno!
Dunque bimbi, procuratevi:
  • un cacciavite da "occhialaio" o un punteruolo, la cosa importante è che vi permetta di fare dei bei buchi puliti sulle lenti;
  • un coltello per carne od un seghetto da plastica;
  • un pennarello da CD con punta fine;
  • un pezzo di spago od anche meglio un fermaglio per fogli;
  • un paio di occhiali 3D di quelli che vi danno al cinema.

Qual è l'idea? semplice, sfruttare le lenti polarizzate degli occhiali per ridurre selettivamente il passaggio di luce! Partiamo da un concetto base: le lenti polarizzate permettono il passaggio solo di luce polarizzata, tipo i riflessi o le immagini dei film in 3D.
Proprio per questo negli occhialetti del cinema trovate(semplificandone la spiegazione) una lente che filtri raggi orizzontali ed una che filtra quelli verticali!
Mettendole una sopra all'altra quindi riusciremo a vedere perfettamente aldilà delle lenti ma, ruotandole progressivamente, si scuriranno sempre di più fino ai 90° dove non faranno passare più nulla.

Iniziamo:
  1. Segate via la montatura ed estraete le due lenti: fate attenzione, sono solo foglietti di plastica da meno di 1 mm di spessore, se spingete troppo con il coltello le dividete in due.
  2. Forate le due lenti con un cacciavite e fissatele insieme con lo spago.
Fatto! A questo punto non manca che la taratura del vostro nuovo esposimetro ecofriendly, prendete la vostra reflex ed impostate:
  • Iso 100;
  • priorità di tempi;
  • 1/125 di secondo;
  • lettura esposimetrica Spot.
A questo punto puntate fuori dalla finestra, mettete a fuoco il primo oggetto che vedete e fatevi dare la prima coppia tempi/diaframmi: vi indica un diaframma 16? Perfetto!
  1. Prendete in mano il vostro esposimetro;
  2. giratelo fino a che non diventa nero;
  3. tornate indietro fino a che non riconoscete dei particolari(tipo le righe del legno della porta, o le lettere su di un sacchetto di carta, o i contorni delle nuvole);
  4. tirate con il pennarello una linea sulla lente posteriore, proprio dove quella anteriore finisce;
  5. segnate sulla linea tracciata il valore di diaframma.
Ripetete questa operazione cercando di coprire tutti i diaframmi che vanno da 16 a 2,8 ed il gioco è fatto.
Vi verrà una lente posteriore ben carica di linee e cifre ma a questo punto vi basterà inquadrare qualcosa con le vostre lenti, ruotarle fino a scorgerne i particolari e leggere il valore di diaframma indicato, semplice no?

Buona luce a tutti!

mercoledì 25 maggio 2011

Esposimetro ed Estinzione


Come abbiamo accennato nell'articolo precedente, il fotografo, anche molto prima delle celle al selenio, ha sempre cercato di rendersi la vita più facile e sprecare meno pellicola possibile, oltre alla Sunny 16 però vennero inventati molti altri metodi, volendo anche più precisi, per calcolare la giusta quantità di luce da far ingoiare alla macchina per avere delle belle foto, tra questi c'era l'esposimetro a estinzione di luce.

Gli esposimetri ad estinzione nacquero circa all'inizio del secolo scorso, prima di allora gli esposimetri commercializzati erano cari ma soprattutto one-shot, si basavano sull'uso di piccoli foglietti bagnati in liquido fotosensibile, con la seccatura(ed il costo) di dover cambiare foglietto ad ogni lettura. Il funzionamento di quelli ad estinzione invece era quanto di più semplice ed ingegnoso ci si potesse aspettare: non necessitavano di alcuna ricarica o pila(cosa che nel 1920 ne motivò un prezzo di vendita di 11 Dollari!), si basavano solo sulla tecnologia dell'occhio umano.

L'idea era che l'occhio fosse(come è del resto) una tra le migliori macchine esistenti per capacità di confronto e, di conseguenza, per capacità di misura: di pratica questo esposimetro non era altro che un piccolo cilindro sul cui fondo veniva applicata una lente gradualmente brunita con riportati dei tempi di esposizione, il fotografo od il cineasta non doveva fare altro che guardare al suo interno e leggere l'ultima cifra leggibile, presa questa bastava accoppiarla(come nel caso del Practos Adapto, di cui sono un felice possessore) con il numero ASA o DIN della pellicola e leggere sul dorso il numero di diaframma utile alla situazione.

Questi bellissimi oggetti spopolarono tra i professionisti dell'immagine ed in un lampo anche le major dell’epoca produssero dei veri e propri gioielli come lo stupendo ciondolo Diaphot prodotto dalla Zeiss Ikon tra il 1921 ed il 1934.

Purtroppo, per quanto belli, alla fine degli anni trenta l'avvento tecnologico delle prime celle al selenio e la naturale capacità dell'occhio umano di compensare(primo punto a sfavore di questi esposimetri), spinsero il mondo della fotografia ad abbandonare questi gioielli di misurazione per tecnologie dette maggiormente sicure.

Molti di questi esposimetri erano fatti di carta, o con vetri soffiati molto sottili, o con latte talmente leggere da piegarsi al guardarle... ...ad oggi per questi motivi sono abbastanza rari quindi, se ne trovate uno su di una bancarella ed avete idea che il venditore non sappia di cosa parla, prendetelo senza porvi domande!

Buona luce a tutti!

domenica 13 febbraio 2011

Felice Tagliaferri e la Chiesa dell'Arte.

Oggi vi parlerò di uno scultore, un grande scultore cieco! Sì, sì, proprio non vedente. La sua particolarità è che è davvero un grande scultore e non che non ci vede...

Felice sul Cristo Rivelato


Ho avuto occasione di conoscerlo durante una conferenza del Centro Internazionale del Libro Parlato, siamo stati due relatori che, a diverso titolo, hanno compiuto cose importanti nella loro vita (lui molto più di me) pur nell'impossibilità di leggere in modo normale, lui è cieco, io sono dislessico.
Mi ha subito stupito per la sua capacità di vedere oltre ciò che si vede e di leggere le persone con una sensibilità incredibile. Quando sono andato a trovarlo a Sala Bolognese, dove ha il laboratorio, la mostra espositiva e la sua scuola di arti plastiche, che ha chiamato La Chiesa dell'Arte, mi ha aperto gli occhi verso un nuovo modo di fruire l'arte, cioè, veramente me li ha chiusi...
Fuori dalla porta del suo laboratorio mi ha detto: "Chiudi gli occhi, e non preoccuparti: ti guido io!"
Per uno che ci vede affidarsi completamente ad un'altra persona è difficile, pensate se poi l'altra persona non ci vede proprio nulla...
Beh, ho pensato: "dopotutto il massimo che mi può capitare è di inciampare e di cadere o di picchiare la testa contro qualcosa", ma, visto che la mia testa è dura, gli ho dato retta e l'ho seguito ad occhi chiusi....
Dopo alcuni passi, mi ha preso le mani e le ha appoggiate su alcune sue sculture, e...

Nudo
Cavallo
"Caspita! Che bella sensazione! Le forme, le proporzioni, le sensazioni delle mani sul marmo, sul legno, sul bronzo... Che meraviglia! Impressionante!"

Candido Cannavò
(ha inserito Felice nel suo libro "e li chiamano disabili")

No, non ho certamente provato ciò che prova un cieco, dichiararlo sarebbe falso e ipocrita, poi, in realtà, Felice mi ha messo davvero a mio agio.
Sì, la particolarità delle opere di Felice è che sono tattili e le mani che le toccano trovano davvero l'idea dell'immagine rappresentata.
Se passate da Osteria Nuova, a Sala Bolognese, fateci un salto, naturalmente avvisatelo prima perché, in questo periodo, è veramente molto impegnato, sta portando in giro una scultura incredibile: il Cristo Rivelato. E la storia di questa scultura devo proprio raccontarla.
Un giorno non lontano Felice era a Napoli per un corso di arti plastiche da lui tenuto. In quell'occasione si recò nella Cappella Sansevero per visitare la magnifica statua di Giuseppe Sanmartino: il Cristo Velato.
Non glielo hanno concesso perché lui per vedere deve toccare, ma lui non ha due mani comuni, lui per vedere l'ora sull'orologio da polso sfiora le lancette e non le sposta, lui ha addestrato la sua sensibilità tattile in modo da poter accorgersi di tutto quasi senza toccare...
Questo episodio ha smosso la sua voglia di fare: si è fatto raccontare com'è il Cristo Velato e lo ha rifatto, un'opera di 18 quintali di marmo di Carrara: veramente splendida!
Cristo Rivelato perché è stato velato per la seconda volta.
Cristo Rivelato perché è stato rivelato ai non vedenti.
E aggiungo io: Cristo Rivelato perché è stato rivelato tattilmente ai vedenti.
Il Cristo Rivelato
Naturalmente l'opera è diversa dal Cristo Velato, ma è davvero incredibile, è splendida e si può, anzi si DEVE toccare.
La sua battaglia per abbattere le barriere architettoniche nella fruizione dell'arte e del bello è molto nobile e io la sposo in pieno.
 Valerio Toselli, Josefa Idem, Simona Atzori, Felice, Alessandro Cannavò
Io credo che la dimensione tattile per chi ci vede sia molto trascurata, dovrebbe ricevere molta più attenzione.